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“Abbiamo male dappertutto”: parlano le operaie e gli operai del settore carni di Modena – Rete nazionale Lavoro sicuro / SI Cobas

Un dettagliato, prezioso report sulle quanto mai malsane condizioni di lavoro esistenti nel comparto della lavorazione carni a Modena. Come strumento di lotta, l’autentica inchiesta operaia è sempre insostituibile. (Red.)

Si Cobas / Rete nazionale lavoro sicuro
Modena, lavoratori e lavoratrici del settore carni: “Abbiamo male dappertutto!”

Il 22 giugno 2023 un centinaio di lavoratori e lavoratrici di due stabilimenti del settore carni di Modena si sono riuniti, a seconda delle mansioni svolte, in gruppi omogenei allo scopo di far emergere le problematiche di salute delle quali soffrono.
La sperimentazione di queste assemblee, frutto di un lavoro collettivo che ha visto intrecciarsi momenti di
formazione, riflessione e azione, si è rivelata particolarmente significativa a conferma, per l’ennesima volta, di quanto sia fondamentale partire dalle soggettività dei lavoratori e delle lavoratrici per costruire piattaforme sindacali a tutela della loro vita e salute.
Si è discusso di sintomatologie, patologie, esposizioni a fattori di rischio, incidenti e quasi-incidenti, dinamiche lavorative e interventi urgenti da implementare.
Il quadro emerso è sconcertante. I problemi di salute accusati dai lavoratori spesso non riguardano solo
parti limitate del corpo, tanto che una delle frasi ricorrenti è stata: “Abbiamo male dappertutto!”. Danni a
tendini, schiene, braccia, ginocchia, spalle, dita, piedi, mani, occhi, polsi; casi di ipotermia, sviluppo di malattie respiratorie, mal di testa, gastriti, ernie, ferimenti con i coltelli durante la lavorazione della carne e un livello di stress tale che alcuni assumono tranquillanti e antidolorifici; c’è chi sottolinea come si subiscano anche “danni morali” per le condizioni di lavoro.
Più chiare di altre, sono queste parole pronunciate dai lavoratori e dalle lavoratrici:
“Ci sono tante persone rovinate qua!; “ti scoppia il cuore!”; “qua si chiama un macello eh!”; “devi trovare un posto del corpo dove non fa male. Tutto fa male. Devi trovare un posto dove non fa male!”; “la mattina quando ti svegli non ce la fai, rimani così come un robot!”.


Il dolore e la rabbia si accompagnano alla consapevolezza che non si possa più continuare a tollerare questo livello di sfruttamento che estrae linfa vitale e porta a una rapida consumazione dei corpi:
“Senza salute chi te lo dà lo stipendio? Quando la salute è finita non arrivi più allo stipendio!”.
Allo stesso tempo è chiaro come il problema principale sia l’organizzazione del lavoro finalizzata a ricavare un profitto a discapito della forza-lavoro:
“Il tipo di lavoro che facciamo fa schifo. Non è il lavoro, è il modo come si lavora!”.
E il modo è questo: ritmi di produzione insostenibili che hanno visto un’accelerazione negli ultimi anni, a fronte di una presenza ridotta di lavoratori e lavoratrici rispetto alla quantità di lavoro imposta.
Per esemplificare, in un’azienda si lavorano quattrocento prosciutti all’ora sulla catena di montaggio quando, secondo i lavoratori, un numero umanamente sostenibile sarebbe di almeno cento in meno; in aggiunta a questo, sul nastro non è rispettato il distanziamento necessario a evitare ferimenti tra lavoratori mentre manovrano i coltelli e la velocità non fa che moltiplicare questo rischio che, infatti, si è tradotto in diversi incidenti.
Questo ritmo forsennato coinvolge anche chi scarica i pezzi di carne dai camion frigo e chi li movimenta nelle diverse fasi della produzione, dovendo anche caricarli impilati in cassette su dei bancali, tant’è che risulta impossibile, data la velocità della produzione, eseguire movimenti di sollevamento e spostamento dei pesi che siano adeguati, a livello ergonomico, a non maturare patologie.
Infatti, si sollevano carichi dal basso senza piegare le gambe e abbassarsi, si è costretti a tensioni e torsioni continue e dannose agli arti, nonché a lavorare costantemente con le braccia sollevate ad altezze inadeguate.
In un’altra azienda le problematiche sono similari: le postazioni sono troppo strette e impediscono di tirare e spingere pesi senza sviluppare condizioni di sofferenza, si eseguono gli stessi movimenti in modo continuo e sostenuto, si spostano carichi eccessivi in modo inadeguato, si rincorre il ritmo di macchine che non danno tregua e se si perde un colpo: richiamo!
Un’altra grave criticità è l’esposizione a stress termici elevatissimi funzionali alla salvaguardia della carne
lavorata, ma non funzionali alla salvaguardia dei lavoratori e delle lavoratrici che non hanno protezioni e pause conformi a tale fattore di rischio; ancor meno adeguate per chi entra ed esce dalle celle che possono arrivare anche a una temperatura di -40°. Oltretutto, negli stabilimenti ci sono correnti di aria fredda che colpiscono direttamente lavoratori e lavoratrici, e hanno causato, ad alcuni, anche gravi stati di ipotermia.
Vale la pena menzionare altre due questioni molto importanti.
La prima riguarda il ruolo dei medici competenti che, come è stato più volte sottolineato, sembra svolgano la loro funzione più a beneficio dei padroni che dei lavoratori e delle lavoratrici. Le visite a cui sono stati sottoposti, nella gran parte dei casi, sono state vissute come superficiali procedure burocratiche di controllo, tanto che quasi tutti, se hanno problematiche di salute correlate la lavoro, scelgono di rivolgersi al proprio medico di base, si mettono in malattia, si pagano cure e terapie di tasca propria quando, invece, le patologie di cui soffrono dovrebbero essere segnalate alle sedi competenti; stessa cosa vale per gli infortuni sul lavoro che sono spesso occultati.
La seconda questione riguarda, invece, le operaie donne che paiono cancellate da qualsivoglia
rappresentatività pubblica e avvolte da un’invisibilità sociale che dovrebbe sconcertare parimenti alle
condizioni di sfruttamento alle quali sono sottoposte.
Si tratta di donne che continuano a soffrire dei gravi problemi che, storicamente, hanno segnato la loro
presenza nelle fabbriche e fuori dalle fabbriche, costrette a subire il doppio carico di lavoro che a quello per il salario aggiunge quello per la cura, non pagato e non riconosciuto; così come le dinamiche di dominio maschile all’interno dei luoghi di lavoro che si possono manifestare, per esempio, nelle parole di un responsabile che ti dice:
“Se (questo lavoro) lo fanno le altre donne perché non lo riesci a fare tu?”.
A molte lavoratrici del comparto, tutto questo causa danni psico-fisici e un’estrema difficoltà, a volte
impossibilità, a conciliare il lavoro con il lavoro di cura, con un impatto anche sulle relazioni familiari. Come testimoniano alcune:
“Quando torno dal lavoro non riesco a fare niente, non solo al lavoro, anche a casa, sono una mamma, devo lavorare anche a casa, quando torno non riesco a fare niente, mi fanno male le mani, la schiena, le spalle, è un lavoro che io adesso non riesco a farlo, prima l’ho fatto, ma adesso non riesco a farlo”; “ultimamente siamo sempre nello stress, vai a lavorare con lo stress, hai paura che ti mandano in un posto che non ce la fai, casini, vai a lavorare con l’ansia, sempre casino, sempre casino. E quell’ansia la porti anche a casa tua, quando torni a casa sei nervosa, vuoi solo riposare”.
La gravità delle situazioni e condizioni emerse ha reso urgente e necessario iniziare a strutturare più piani
d’intervento che tengano insieme un livello generale, dato che la maggior parte delle problematiche riscontrate sono estendibili a tutto il comparto, e un livello più specifico, modulato situazione per situazione, sintomo per sintomo, rivendicazione per rivendicazione. Le proposte operative che prendono le mosse dalle soggettività operaie, in questa fase, sono integrate dai diversi saperi tecnici, medici e sindacali, e saranno ulteriormente affinate e validate dai lavoratori e dalle lavoratrici, forti della convinzione che il proprio corpo non debba più essere consumato e mortificato dal lavoro. Saranno intraprese tutte le azioni necessarie affinché la loro aspettativa di vita e salute sia tutelata.

Alle reticenze, elusioni, omissioni, connivenze diffuse che danneggiano
la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici, continuiamo a opporre la nostra lotta!

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