Il 22 e 23 marzo si terrà il referendum sulla riforma costituzionale avente ad oggetto la cosiddetta “separazione delle carriere” fra giudici e pubblici ministeri, già approvata dal Parlamento, ma senza la maggioranza qualificata necessaria per renderla automaticamente operativa.
A leggere la grande stampa o ad ascoltare i telegiornali, l’impressione che si ricava è quella di un epico scontro fra i sostenitori del NO e quelli del SI. Le destre al governo, promotrici della riforma, difendono la modifica dell’assetto costituzionale come un provvedimento necessario per assicurare la piena indipendenza del giudice dal Pubblico Ministero, per mettere fine allo strapotere dei PM e per farla finita con il “sistema paramafioso” esistente all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura: insomma, una riforma garantista a favore “dei cittadini”.
La pseudo-opposizione del campo largo, al contrario, denuncia la riforma come un attacco alla magistratura e si candida a svolgere il ruolo di baluardo della Costituzione, invitando gli elettori a votare NO. Come si sa, non trattandosi di un referendum abrogativo, non è previsto quorum. Nessuno dei due schieramenti può quindi fare affidamento sull’astensionismo e ciascuno è costretto a rilanciare nel timore di perdere la battaglia, con inevitabili contraccolpi politici. Mentre scriviamo, è la maggioranza ad essere particolarmente in fibrillazione, perché i sondaggi darebbero il NO in vantaggio, un esito tuttavia che potrebbe cambiare a seconda del tasso di partecipazione alla consultazione.
È chiaro che la materia è tecnicamente molto intricata, avendo connessioni con la struttura complessiva del sistema giudiziario e le trasformazioni che ha subito nel tempo, soprattutto a partire dalla riforma Vassalli del 1989. Prima di proseguire, vediamo dunque di che cosa si tratta, limitandoci alle questioni principali.
La cosiddetta separazione delle carriere
La riforma sottoposta a referendum modifica ben sette articoli della Costituzione: lo scopo ufficiale è introdurre la separazione delle carriere. Ma la separazione fra PM e giudici è da tempo un dato di fatto. Se il passaggio da una funzione all’altra era già limitato nel passato, con l’introduzione della legge Cartabia esso è stato rigidamente normato: si può passare da PM a giudice e viceversa solo una volta in tutta la carriera, entro nove anni dall’entrata in magistratura e accettando di cambiare regione. Gli ultimi dati disponibili dicono che il cambio ha riguardato 40 magistrati su oltre 9000, all’incirca lo 0,4% e, per effetto dei vincoli stringenti della legge Cartabia, questa percentuale, già irrisoria, è destinata a ridursi ulteriormente.
Perché allora procedere ad un intervento sulla Costituzione per un risultato del tutto insignificante e che, come stabilito dalla sentenza 37 del 2000 della Corte costituzionale, si poteva introdurre con una legge ordinaria?
Il vero motivo è che, se lo scopo ufficiale della riforma è la separazione delle carriere, ciò che preme alle destre – e a buona parte della pseudo-opposizione… – è creare i presupposti affinché l’azione del Pubblico Ministero sia sottoposta al potere esecutivo, cioè al governo. Lo ha affermato candidamente – o maliziosamente – il guardasigilli Nordio, dicendo che rendere il governo e le forze politiche pienamente libere di agire senza impicci e controlli di legalità giova a tutti, oggi all’attuale maggioranza, domani a chi aspira a sostituirla al governo. Non c’è che dire: una chiamata di correo in piena regola!
Per ottenere tale risultato, però, non basta la separazione delle carriere che esiste già, occorre separare la magistratura requirente da quella giudicante, dividendo il Consiglio Superiore della Magistratura in due distinti e separati organismi. In tal modo, pur mantenendo formalmente l’unicità dell’ordine giudiziario, sarà possibile disciplinare l’azione del Pubblico Ministero secondo gli orientamenti del governo, senza trovare un ostacolo nel CSM come organo unitario di autogoverno dei magistrati.
Non si tratta certo di un semplice processo alle intenzioni, come sostiene la propaganda governativa. In Senato è in attesa di discussione il ddl 933, a firma di Lega e Forza Italia, che ha lo scopo di disciplinare per legge i criteri in base ai quali le Procure devono esercitare l’azione penale, dando in ultima analisi all’esecutivo il potere di controllo sull’azione del PM. È uno dei percorsi possibili per arrivare a imbrigliare l’esercizio dell’azione penale all’interno delle priorità stabilite dalla maggioranza di governo. Ma non si possono nemmeno trascurare i tentativi di modificare direttamente l’art. 112 della Costituzione, come le proposte di aggiungere alla sua sintetica formulazione – “il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale” – le parole “nei casi e nei modi previsti dalla legge ordinaria”.
Al di là dei mezzi utilizzati, il punto di approdo di tutte queste manovre è facilmente individuabile: incanalare l’azione del PM nell’ambito delle politiche governative, che stabiliranno le priorità dell’azione penale, quali reati perseguire e come farlo, rendendolo passibile di sanzioni nel caso se ne dovesse discostare e, in prospettiva, sottrarre ad esso il coordinamento e il controllo della polizia giudiziaria, trasformandolo direttamente nell’ “avvocato della polizia”, cioè nello strumento giuridico che interviene al termine delle indagini e le traduce in un impianto accusatorio. Un’operazione, quindi, che darebbe valenza legislativa, se non addirittura costituzionale, al ruolo del pubblico ministero come braccio giuridico delle forze di polizia.
I due CSM e l’Alta Corte disciplinare
La riforma costituzionale prevede che i due CSM (rispettivamente dei giudici e dei PM) mantengano il medesimo rapporto fra membri “togati” (magistrati)e “laici” (estranei alla magistratura), ma modifica radicalmente il meccanismo di nomina. Si introduce infatti il sorteggio e non più l’elezione, con l’aggiunta di una sostanziale differenza: per i togati, il sorteggio avviene fra tutti i magistrati; per i membri laici, il sorteggio si svolge fra i nomi di un elenco precedentemente approvato dal Parlamento in seduta comune. Quindi: piena casualità nel primo caso, sorteggio con filtro politico di maggioranza nel secondo.
Non è finita. Ad entrambi i CSM è sottratta la giurisdizione disciplinare, che viene attribuita ad un nuovo organismo costituzionale: l’Alta Corte disciplinare, cui saranno devoluti i compiti oggi spettanti alla sezione disciplinare del CSM. Ma, mentre oggi la composizione di quest’ultima ricalca il rapporto di due terzi di togati e un terzo di politici (la stessa prevista dalla Costituzione per il CSM nel suo complesso), la nuova Alta Corte, sarà composta da quindici membri, dei quali 9 giudici estratti a sorte e 6 politici (dei quali tre scelti direttamente dal Presidente della Repubblica e tre estratti a sorte da un elenco approvato dal Parlamento), riducendo il divario numerico fra i due gruppi e facilitando di gran lunga il raggiungimento di maggioranze governative nell’organo preposto a sanzionare disciplinarmente i magistrati. Inoltre, l’impugnazione di eventuali provvedimenti disciplinari non avverrà più presso le sezioni civili unite della Cassazione, ma sarà sempre l’Alta Corte a pronunciarsi in secondo grado, seppure, ovviamente, con un diverso collegio giudicante.
È evidente che tutte queste trasformazioni hanno come denominatore comune l’indebolimento della capacità di controllo della magistratura, rendendo più difficili o addirittura impedendo possibili iniziative capaci di intralciare il potere e l’azione governativa.
Sistema giudiziario e politica borghese
In effetti, da più di un trentennio i rapporti fra la magistratura e gli apparati politici delle classi dominanti (sia i singoli partiti che le strutture di governo) sono caratterizzati da tensioni e veri e propri scontri, cui a più riprese le forze politiche della borghesia hanno tentato di rispondere per sterilizzare e normalizzare l’operato di giudici e procure.
Diritto e apparato giudiziario dello Stato hanno sempre funzionato anche in passato come garanti degli interessi generali della borghesia, assicurando che il predominio del grande capitale, della finanza, dei monopoli industriali e commerciali, della grande proprietà immobiliare, insomma di tutti gli strati sociali di sfruttatori – e della piccola e media borghesia che al grande capitale deve i propri privilegi – fossero salvaguardati e che i proletari tenessero la testa bassa, accettando la loro condizione di sfruttati, che è il fondamento della società capitalistica.
Ciò è potuto avvenire in accordo con la Costituzione, affiancando ai principi astratti che essa proclama il concreto funzionamento della “costituzione materiale”, sia con la produzione legislativa ordinaria, che con il funzionamento pratico della macchina giudiziaria. Se, ad esempio, un’inchiesta spinosa veniva avviata da una qualche procura, tenuta a darvi corso in virtù dell’articolo 112 della Costituzione, che obbliga il PM all’azione penale, se non bastavano l’inerzia della macchina giudiziaria, le lungaggini burocratiche, i tempi di prescrizione o le pressioni in nome dei superiori interessi della stabilità, interveniva il provvidenziale istituto dell’avocazione: l’indagine approdava alla Procura generale di Roma – non a caso soprannominata “il porto delle nebbie” – e di essa si perdeva ogni traccia.
Ma questo meccanismo di funzionamento – nel quale il sistema imperniato sulla DC e sui partiti “laici” minori, aveva raggiunto vette di perizia difficilmente eguagliabili – è da tempo entrato in crisi, per motivi interni e internazionali che qui non possiamo analizzare, e i contrasti fra le frazioni della borghesia spesso esplodono senza trovare linee di ricomposizione condivise. La vicenda di tangentopoli, che trent’anni fa contribuì allo sfascio del vecchio sistema istituzionale e di governo, fu la prova lampante che, riducendosi gli spazi di compromesso fra interessi divergenti, anche per effetto del varo di un pur scalcagnato bipolarismo, occorreva ridisegnare anche i rapporti fra sistema politico e magistratura. È da allora che la “questione giustizia” rappresenta un nervo scoperto della politica borghese. Non a caso, la proposta di separazione delle carriere, le polemiche contro la “politicizzazione” dei magistrati e così via sono sempre riemerse carsicamente nello scontro trentennale fra i partiti della cosiddetta seconda repubblica, fino all’attuale epilogo referendario.
Il primo obiettivo da cui nasce la riforma costituzionale licenziata dal Parlamento è quindi quello di regolare i conti interni alla borghesia, attraverso una revisione dell’ordinamento che definisca binari certi per l’azione della magistratura, riducendo la sua capacità di interferenza con l’azione di governo. Se oggi il fronte delle “opposizioni” è schierato per il NO, ciò dipende più dal vantaggio politico immediato che una sconfitta della riforma delle destre gli farebbe conseguire che da un posizionamento strategico. Non è infatti un segreto che dentro al PD i favorevoli alla separazione delle carriere non sono pochi.
Riforma costituzionale e movimento di classe
Ma la riforma costituzionale non è solo un modo di cambiare le relazioni interne al potere delle classi dominanti. Anche per le ripercussioni repressive nei confronti dei movimenti sociali, delle lotte operaie e studentesche, delle mobilitazioni ecologiste e contro le “grandi opere”, delle lotte per diritto all’abitare, del movimento internazionale di solidarietà alla resistenza palestinese e delle mobilitazioni contro il riarmo e la tendenza alla guerra, le prospettive che apre la ridefinizione dell’ordinamento giudiziario sono allarmanti e da combattere risolutamente.
La maggioranza di governo presenta questa revisione costituzionale come una riforma garantista, per porre fine all’accondiscendenza dei giudici nei confronti dei PM, riducendo il potere di quest’ultimo, collocandolo sullo stesso piano della difesa, cioè una semplice “parte” del processo, coerentemente col sistema accusatorio varato dalla riforma Vassalli del codice di procedura penale. Ma l’obbiettivo è esattamente l’opposto. A ben vedere, la polemica delle destre contro la politicizzazione della magistratura, investe spesso, oltre ai PM, gli stessi giudici. Non si contano infatti le sentenze additate come un tentativo di paralizzare per via giudiziaria l’operato del governo. Abbiamo già detto che, approvata in via definitiva la divisione della magistratura in due corpi separati, si apre la strada al controllo del PM da parte dell’esecutivo e alla sottrazione del controllo della polizia giudiziaria da parte del PM stesso. In sostanza, ciò a cui mira la riforma non è ridurre il potere del PM, quanto sottoporlo all’esecutivo. Accrescere il potere del Pubblico Ministero, ma trasformarlo pienamente nel terminale delle forze di polizia è la vera posta in gioco, quella che ci riguarda direttamente.
Si tratta di portare a compimento quel processo di centralizzazione dei poteri della borghesia che è già avvenuto con l’assorbimento della sfera legislativa in quella esecutiva. Governo e Parlamento, infatti, sono sempre più fusi in una cupola di comando unica, che opera quasi totalmente con lo strumento dei decreti-legge, sistematicamente convertiti nonostante le litanie sul loro “abuso”. Ricondurre l’azione delle procure nell’alveo governativo completerebbe il quadro.
La crisi dell’ordine capitalistico internazionale è drammaticamente sotto gli occhi di tutti. Lo sforzo per un disciplinamento sociale sempre più asfissiante, per una vera e propria irreggimentazione nazionalistica delle masse (anche le critiche alle Olimpiadi sono state tacciate di disfattismo…), la sottrazione di risorse alla spesa sociale per destinarle al riarmo, l’intensificarsi ossessivo della propaganda volta a preparare la popolazione a combattere, i sofismi più odiosi per giustificare la guerra anche “preventiva”, come l’attacco all’Iran da parte dei gangsters di Washington e Tel Aviv, sostenuto dall’Italia e dall’UE, la necessità di mettere fine con ogni mezzo al movimento solidarietà alla resistenza del popolo palestinese: è da lì che vengono le spinte profonde alla crescita della repressione e a predisporre un quadro di sistema per il controllo dello scontro sociale. Le destre al governo certo incarnano bene queste esigenze della borghesia, ma il campo largo che pretende di rappresentare un’alternativa è mosso dagli stessi intenti e risponde alle stesse logiche.
I pacchetti sicurezza, che si susseguono da anni a poca distanza l’uno dall’altro, sono stati inaugurati dal pacchetto-sicurezza di Maroni nel 2008, poi seguiti nel 2017 da quelli a firma Minniti-Orlando, e quindi nel 2018 dai decreti Salvini del governo Conte-1, approvati in Parlamento grazie al voto dei deputati 5Stelle, e lasciati sostanzialmente immutati dal governo Conte-2 col PD. I successivi provvedimenti sono passati senza nessuna forma di ostruzionismo. Mentre crescono, senza denuncia alcuna da parte di questi strenui difensori dello stato di diritto, i provvedimenti amministrativi che non passano dal vaglio giudiziario, come i fogli di via, gli avvisi orali, i daspo, le varie forme di sorveglianza, ecc., nei picchetti operai, fatti dai lavoratori per difendere le proprie condizioni di lavoro, così come nelle manifestazioni di piazza, la polizia usa la violenza in modo sempre più sistematico. Nel frattempo, grazie alla concorrenza fra destre e pseudo-opposizioni, il Senato ha dato il primo via libera al decreto che equipara antisionismo e antisemitismo.
Quando denunciamo la riforma costituzionale su cui si voterà il 22 e il 23 marzo, mettendone in luce il carattere di centralizzazione reazionaria dei poteri capitalistici, non dimentichiamo certo, nemmeno per un attimo, che non è sul SI o sul NO che si gioca la partita decisiva per contrastare la marcia sempre più evidente verso uno stato di polizia. L’unica strada per contrastare realmente questo processo è la mobilitazione delle masse, per combattere padroni e governo nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle piazze. Ma proprio per questo, proprio perché il baricentro dell’azione di classe non può che essere l’azione diretta, sarebbe dannoso e controproducente ignorare la scadenza referendaria o assumere un atteggiamento di indifferenza rispetto ai problemi che essa pone.
Sappiamo bene che, nel capitalismo, i diritti democratici non rappresentano mai una garanzia assoluta, bensì sempre relativa. L’esperienza insegna che spesso, quando occorrerebbe farsi scudo di questi diritti, le classi sfruttate scoprono che essi sono parole al vento. Affinché diventino reali, occorre sempre e soltanto l’energia che solo la lotta di massa è in grado di sprigionare.
Sostenendo il NO al referendum, diamo un’indicazione chiara: non permettiamo alla borghesia di risolvere le proprie contraddizioni scaricandole sul movimento di classe, non assecondiamo il processo di centralizzazione reazionaria del potere capitalistico, combattiamo la dilatazione dei poteri della polizia, contrastiamo la possibilità per il governo di stabilire quali reati perseguire e come farlo. Il nostro sostegno al NO, senza alcuna illusione di fermare la deriva reazionaria in corso con lo strumento del voto, è in assoluta contrapposizione a tutte quelle forze che si riempiono la bocca con la difesa dello stato di diritto e propagandano la linea del riarmo dello Stato italiano in chiave europeista, che occupano i vertici delle fabbriche di morte italiane come Leonardo, che propugnano la continuazione della guerra alla Russia, che mettono a punto i decreti per imbavagliare il movimento di solidarietà alla resistenza palestinese.
Nessun “Comitato per il NO” con simili forze politiche. Non abbiamo nulla a che vedere con il “garantismo” peloso e truffaldino di una “opposizione” che, quando era al governo, ha varato i CPR contro gli immigrati – luoghi di tortura e di detenzione amministrativa –, che con Minniti ha predisposto gli accordi criminali fra la guardia costiera libica e quella italiana, e nemmeno con chi ha definito disgustosa la manifestazione di Roma del 5 ottobre 2024 a sostegno della resistenza del popolo palestinese.
Il nostro NO è solo un capitolo transitorio di una battaglia che ha un ben più vasto terreno di scontro. Come tutti gli obiettivi parziali in ambito capitalistico, anche la lotta per difendere i diritti democratici, più che per le labili “garanzie” che può fruttare e che la borghesia può strapparci in qualunque momento, è necessaria per lo sviluppo della coscienza e dell’unità di classe, un risultato che si ottiene nel corso stesso della battaglia e che permette di denunciare e combattere gli apparati di potere della borghesia. Come l’importanza della lotta per il salario non si misura tanto dai miglioramenti economici che apporta, quanto dal carattere di scuola di guerra contro i padroni, allo stesso modo la battaglia per mantenere ed estendere i diritti democratici e le garanzie processuali, o per impedirne la limitazione, è centrale per instillare nel proletariato la consapevolezza della necessità di difendersi dalla macchina politico-istituzionale della borghesia, imparando a riconoscerla come parte integrante del dominio di classe e non come un apparato neutrale al di sopra elle classi, che gli sfruttati potrebbero usare per la loro emancipazione.

