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La guerra in Ucraina, quattro anni dopo – TIR (Italiano – English)

Il quarto anniversario dello scoppio della guerra tra NATO e Russia in Ucraina sta passando quasi sotto silenzio – se non fosse per la tensione tra la Commissione europea (von der Leyen, Kallas e altri mostri) e il gaglioffo Orban, che vuole una compensazione di 16 miliardi di euro, al momento bloccati, per dare il via libera all’ennesimo prestito usurario di 90 miliardi dell’UE a Kiev.

Il motivo di questo silenzio c’è, e come! Sia per i mass media di regime (governo e finta opposizione), sia per i tifosi della Russia. Per gli uni e per gli altri la realtà ha clamorosamente smentito le aspettative. La nostra analisi, invece, è stata completamente confermata dai fatti (la richiamiamo sotto).

E’ stata, è, una guerra per l’indipendenza e l’auto-determinazione dell’Ucraina? una guerra per la libertà del popolo ucraino? davvero???

Quattro anni dopo l’Ucraina è di fatto colonizzata nei suoi 4/5 di territorio dagli Stati Uniti e dagli stati europei sia uniti che disuniti, mentre l’altro quinto è occupato dalla Russia. Kiev ha firmato un accordo-capestro con i suoi “protettori” statunitensi svendendo loro tutto quello che poteva svendere per il prossimo mezzo secolo, un accordo così umiliante che le sue clausole sono rimaste rigorosamente segrete. Grazie a questa guerra, il granaio d’Europa e del mondo è ora diventato il laboratorio europeo della produzione di morte, luogo di investimenti privilegiato per l’industria bellica europea (nel 2024 il 34% del suo pil era dedicato alla guerra). Un milione, forse, dei suoi cittadini (al 90% proletari) è caduto in guerra, o è rimasto storpio per sempre nel fisico e nell’animo. Altri milioni (4, 5, 6, o più ancora) sono fuggiti all’estero, diventando una massa di forza-lavoro femminile e maschile supersfruttata. Altri ancora sono profughi interni, chi sa per quanto tempo. Le infrastrutture energetiche e ferroviarie del paese sono state fatte a pezzi dai bombardamenti russi. Il paese è indebitato per il prossimo secolo. Detiene il record mondiale della corruzione dei suoi governanti. E quanto alla libertà del popolo ucraino, perfino parecchi sostenitori di Kiev riconoscono che il regime di Zelensky è una dittatura intrisa di banderismo (la sospensione sine die delle elezioni è il meno). La sola libertà rimasta è quella delle infami pattuglie dei reclutatori dell’esercito di catturare per strada le proprie vittime – anche se, talvolta, sono prese a bastonate. Febbraio 2022- febbraio 2026: quattro anni che hanno portato l’Ucraina al suicidio. Chi a Washington o a Bruxelles o a Roma sognava, poi, di mettere in ginocchio la Russia, l’ha vista tornare, proprio attraverso questa guerra, protagonista della scena politica internazionale.

E la Russia?

Cosa ne è del sognato blitzkrieg e dell’annesso cambio di regime a Kiev? Cosa ne è della “fratellanza storica” tra russi, bielorussi e ucraini, visto che è stata seminata un’inimicizia più profonda che mai tra russi e ucraini? Si è acuito il nazionalismo ucraino da un lato, lo sciovinismo grande russo dall’altro, quello così caro alla grande alleata di Putin, la chiesa ortodossa, e così detestato da Lenin in quanto alimento e lascito dello zarismo. E davvero si può parlare di liberazione del Donbass, la cui popolazione ha pagato e sta pagando il prezzo più alto in questa guerra infinita, più lunga – per la Russia – della seconda guerra mondiale? Non saranno proprio le popolazioni del Donbass, dove è fissata la nuova linea di confine tra NATO e Russia, a pagare con nuovi massacri e nuove distruzioni garantite la controffensiva che le cancellerie euro-occidentali stanno freneticamente preparando? Anche la Russia, ad ora vincente sul campo, ha subito perdite umane molto pesanti, nell’ordine delle centinaia di migliaia di proletari e di appartenenti alle minoranze nazionali. Tant’è che ha dovuto allargare di molto il reclutamento per questa che il Cremlino si ostina a spacciare per una semplice “operazione militare speciale”, rifiutando di qualificarla guerra. Ed una vera e propria guerra, invece, è. Tant’è che sono aumentate di numero e di valore le compensazioni garantite alle migliaia e migliaia di famiglie dei caduti al fronte. L’esercito russo avanza ormai con estrema lentezza, nonostante l’enorme sproporzione di forze in campo e il vasto fenomeno di diserzioni nell’esercito ucraino. Lo stesso Putin ammette che la guerra deve continuare perché “non sono stati raggiunti tutti gli obiettivi”. Quanto ai danni strutturali, permanenti, la Russia ha subito colpi durissimi alle proprie infrastrutture belliche, a cominciare dal suo ombrello di protezione dalle atomiche. E, per evitare l’entrata in crisi della propria economia, ha dovuto cominciare a svendere il proprio petrolio e il proprio gas all’Asia (Cina, India, etc.).

Scrivevamo quattro anni fa: “La guerra in Ucraina è destinata a durare perché né la NATO né la Russia possono accettare una sconfitta. La sola possibilità che la guerra finisca è che si determini una spaccatura in profondità del fronte interno in Russia e in Ucraina…”. Ad ora questa spaccatura in profondità del fronte interno non si è verificata; quindi, nonostante le spacconate di Trump sulla pace imminente, inizialmente “entro 24 ore” dal suo reinsediamento alla Casa Bianca, la guerra continua. Le nuove trattative in corso sembrano ad un passo dal fallimento.

Questa guerra reazionaria da ambo i lati, tale perché combattuta da ambo i lati (NATO e Russia) per finalità di dominio e di sfruttamento, sulla pelle delle classi lavoratrici, ha segnato davvero “un punto di non ritorno nel passaggio delle contraddizioni inter-capitalistiche alla scala mondiale da un piano economico-commerciale ad uno strategico-militare”.

Dopo il genocidio di Gaza; dopo la catena di aggressioni israeliane in Medio Oriente; con la sanguinosissima guerra tra bande per procura in corso in Sudan; con gli Stati Uniti che progettano una crescita del 50% in un solo anno della propria spessa bellica (già a 1.000 miliardi di dollari); con le minacce di guerra dell’imperialismo gringo al Venezuela, a Cuba e all’intera America del Sud se non si piega ai suoi diktat; con l’UE che ha varato un piano di spese militari da 800 miliardi in pochi anni e sta diffondendo tra la propria popolazione una russofobia isterica senza limiti; con i paesi europei che hanno intrapreso la strada alla riesumazione della coscrizione obbligatoria; con la Cina che fa crescere il suo budget militare al ritmo del 7% annuo, un tasso superiore a quello della crescita del suo pil, per approntare portaerei, missili ipersonici, flotte di droni e quant’altro, e sta moltiplicando le sue esercitazioni militari, non solo nei mari cinesi; con il Giappone che sdogana la corsa all’atomica sotto la più fanatica bellicista tra i suoi governanti; alla vigilia di un attacco USA-Israele all’Iran dalle imprevedibili conseguenze (sono in corso esercitazioni militari congiunte Iran-Russia-Cina nel Golfo persico…); c’è ancora qualcuno/a sano di mente che possa ancora dubitarne? E si può ancora dubitare che l’invasione russa dell’Ucraina, conseguente alle infinite provocazioni occidentali, abbia segnato “la riapertura ufficiale della lotta per la rispartizione del mondo, essendo entrata in crisi l’egemonia dell’Occidente sul mercato mondiale, la politica mondiale, la cultura mondiale”?

Le dolci melodie sul multilateralismo in grado di consegnarci un mondo sempre iper-capitalistico ma equilibrato, equo, pacifico, dolce naturale come un dattero, sono incantesimi da illusionisti di terzo ordine. Miti senza fondamento. Ciò che si annuncia, e sta già avvenendo, è, invece, l’intensificazione della corsa al riarmo, all’economia di guerra, e alla moltiplicazione dei focolai di guerra. Non essendo degli indovini, ed entrando nel calcolo dei fattori una serie di elementi imponderabili, non siamo in grado di dire quando e come questa tendenza generale che abbiamo identificato e denunciato da anni, con testi, convegni, assemblee, manifestazioni, precipiterà in un nuovo conflitto inter-imperialistico globale – o se, per avventura, gli Stati Uniti crolleranno prima di questo show down al modo dell’URSS nel 1989.

Quello che, invece, ci interessa sostenere, ribadire, è che “la sola possibile alternativa ad una nuova sempre più incombente catastrofe globale è un nuovo ciclo rivoluzionario internazionale che regoli i conti con il capitalismo, prima che il capitalismo produca la fine della civiltà umana” – cosa che è materialmente in grado, ormai, di fare. Proprio così, al fondo l’alternativa storica è: o guerra o rivoluzione! Non c’è che la rivoluzione sociale proletaria, con una proiezione internazionale, che possa fermare la corsa alla guerra. Il grande movimento internazionale di sostegno alla resistenza del popolo palestinese, con chiare potenzialità internazionaliste, è stato il primo passo nella giusta direzione.

Quanto a noi-TIR, già nel convegno di Roma dell’ottobre 2022, assumemmo l’impegno di “lavorare con determinazione alla formazione di un campo o fronte internazionale che si opponga ad entrambi gli schieramenti imperialisti in contesa“. E a questo impegno ci siamo attenuti. Alcuni degli organismi promotori di quel convegno hanno fuso le loro energie per proseguire con ancora maggiore determinazione su quel tracciato di internazionalismo, mentre altri sono rifluiti in un localismo sterile o in forme di semi-nazionalismo.

Non siamo stati aiutati dalla perdurante apatia della massa del proletariato europeo, ma siamo  andati egualmente avanti. Un primo collegamento tra forze internazionaliste è nel frattempo nato, si è consolidato, anche attraverso la Conferenza di Napoli del 14-15 giugno dello scorso anno (e, prima, dalla Conferenza di Buenos Aires del giugno 2024), e si sta allargando – come si può vedere dall’appello internazionale per il prossimo 28 febbraio.

Non ci fermeremo qui, è certo, convinti come siamo della necessità e dell’urgenza di rafforzare la mobilitazione internazionale e internazionalista contro il genocidio a Gaza che continua, contro le guerre del capitale in corso, e contro quelle che si stanno preparando. A cominciare dalla mobilitazione contro il nostro primo nemico, il governo Meloni e gli apparati dello stato italiano che sono dentro questo corso alla guerra (e dentro la guerra in Ucraina).

24 febbraio 2026

Tendenza internazionalista rivoluzionaria

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The war in Ukraine four years later.

The fourth anniversary of the outbreak of the war between NATO and Russia in Ukraine is going almost unnoticed — were it not for the tension between the European Commission (von der Leyen, Kallas, and other monsters) and the scoundrel Orban, who wants a €16 billion compensation, currently blocked, to greenlight yet another usurious €90 billion loan from the EU to Kiev.

There’s a reason for this silence, and how! Both for the regime media (government and fake opposition) and for Russia’s supporters. For both, reality has resoundingly contradicted their expectations. Our analysis, on the contrary, was completely confirmed by the facts (see below).

Was it, is it, a war for the independence and self-determination of Ukraine? A war for the freedom of the Ukrainian people? Really???

Four years later, Ukraine is effectively colonized in four-fifths of its territory by the United States and European states, both united and disunited, while the other fifth is occupied by Russia. Kiev signed a noose-like agreement with its American “protectors,” selling them everything it could spare for the next half century, an agreement so humiliating that its terms remained secret. The breadbasket of Europe and the world has now become Europe’s laboratory for the production of death, a prime investment hub for the European war industry (in 2024, 34% of its GDP was dedicated to war). Perhaps a million of its citizens (90% proletarians) have fallen in the war, or have been permanently crippled in body and soul. Millions more (four, five, six, or even more) have fled abroad, becoming a mass of overexploited male and female labor. Still others are internally displaced, for who knows how long. The country’s energy and railway infrastructure has been destroyed by Russian bombing. The country is in debt for the next century. It holds the world record for the corruption of its leaders. And as for the freedom of the Ukrainian people, even many Kiev supporters recognize that Zelensky’s regime is a dictatorship steeped in Banderism (the indefinite suspension of elections is the least aspect of it). The only freedom left is that of the infamous army recruiter patrols to apprehend their victims in the streets—even if, at times, they are beaten with sticks. February 2022–February 2026: four years that have driven Ukraine to suicide. Those in Washington or Brussels or Rome who dreamed of bringing Russia to its knees have seen it return, precisely through this war, to prominence on the international political stage.

And Russia?

What has become of the dreamed-of blitzkrieg and the accompanying regime change in Kiev? What has become of the “historic brotherhood” between Russians, Belarusians, and Ukrainians, given that a deeper enmity has been sown between Russians and Ukrainians than ever before? Ukrainian nationalism on the one hand has intensified, as has Great Russian chauvinism intensified on the other — the kind so dear to Putin’s great ally, the Orthodox Church, and so detested by Lenin as the nourishment and legacy of Tsarism. And can we really speak of the liberation of Donbass, whose population has paid and is paying the highest price in this endless war, longer — for Russia — than the Second World War? Will it not be precisely the people of Donbass, where the new border between NATO and Russia is drawn, who will pay with new massacres and guaranteed destruction for the counteroffensive that Euro-Western governments are frantically preparing? Even Russia, currently victorious on the battlefield, has suffered very heavy human losses, in the hundreds of thousands of proletarians and members of national minorities. So much so that it has had to significantly expand recruitment for what the Kremlin persists in passing off as a simple “special military operation,” refusing to call it a war. And a real war it is. So much so that the compensation granted to the thousands and thousands of families of those fallen at the front has increased in number and value. The Russian army is now advancing extremely slowly, despite the enormous disproportion of forces in the field and the widespread desertion of the Ukrainian army. Putin himself admits that the war must continue because “not all objectives have been achieved.” As for permanent structural damage, Russia has suffered severe blows to its military infrastructure, starting with its nuclear protection. And, to avoid a crisis in its economy, it has had to begin selling off its oil and gas to Asia (China, India, etc.).

We wrote four years ago: “The war in Ukraine is destined to continue because neither NATO nor Russia can accept defeat. The only possibility for the war to end is a deep rift in the internal front in Russia and Ukraine…”. So far, this deep rift in the internal front has not occurred; therefore, the war continues, despite Trump’s boasting about imminent peace, initially “within 24 hours” of his reinstatement in the White House. And the new negotiations underway appear to be on the verge of failure.

This war, reactionary on both sides — and so because it is fought by both sides (NATO and Russia) for the purposes of domination and exploitation, at the expense of the working classes — has truly marked “a point of no return in the shift of inter-capitalist contradictions on a global scale, from an economic-commercial level to a strategic-military one.”

After the genocide in Gaza; after Israel’s series of attacks in the Middle East; with the bloody proxy war underway in Sudan; with the United States planning a 50% increase in its military spending (already at $1 trillion) in a single year; with gringo imperialism threatening war against Venezuela, Cuba, and the entire South America if it doesn’t submit to its dictates; with the EU launching a military spending plan worth $800 billion in just a few years and spreading boundless hysterical Russophobia among its own population; with European countries embarking on the path to reviving compulsory military service; with China increasing its military budget at a rate of 7% annually, a rate higher than its GDP growth, to build aircraft carriers, hypersonic missiles, fleets of drones, and more, and expanding its military exercises, not only in the Chinese seas; with Japan legalizing the nuclear race under the most fanatical warmongering of its leaders; on the eve of a US-Israeli attack on Iran with unpredictable consequences (joint Iran-Russia-China military exercises are underway in the Persian Gulf…); is there anyone in their right mind who could still doubt it? And can anyone still doubt that the Russian invasion of Ukraine, following endless Western provocations, marked “the official reopening of the struggle for the division of the world, given that Western hegemony over the world market, world politics, and world culture has entered into crisis”?

The sweet tunes about multilateralism being capable of delivering us a world that is still hyper-capitalist but balanced, fair, peaceful, and as naturally sweet as a date, are the incantations of third-rate illusionists. Baseless myths. What is looming, and is already happening, is instead the intensification of the arms race, the war economy, and the proliferation of hotbeds of war. Not being fortune tellers, and since a series of imponderables enter into the calculation of factors, we are unable to say when and how this general trend, which we have identified and denounced for years in texts, conferences, assemblies, and demonstrations, will precipitate a new global inter-imperialist conflict — or if, perchance, the United States will collapse before this showdown, à la the USSR in 1989.

What we are interested in, instead, maintaining and reiterating is that “the only possible alternative to a new, increasingly looming global catastrophe is a new international revolutionary cycle that settles accounts with capitalism before capitalism brings about the end of human civilization” — something it is now materially capable of doing. Indeed, ultimately, the historical alternative is: war or revolution! Only proletarian social revolution, with an international dimension, can halt the race to war. The great international movement supporting the resistance of the Palestinian people, with clear internationalist potential, was the first step in the right direction.

As for us, TIR, already at the Rome conference in October 2022, we made the commitment to “work with determination towards the formation of an international camp or front that opposes both competing imperialist camps.” And we have kept this commitment. Some of the organizations that promoted that conference have fused their energies to pursue that path of internationalism with even greater determination, while others have retreated into sterile localism or forms of semi-nationalism.

We have not been helped by the continuing apathy of the European proletariat, but we have moved forward nonetheless. A first connection between internationalist forces has meanwhile been established and consolidated, including through the Naples Conference of June 14-15 last year (and through the Buenos Aires Conference in 2024), and is expanding — as can be seen from the international appeal for February 28th.

We certainly won’t stop here, convinced as we are of the necessity and urgency of strengthening the international and internationalist mobilization against the ongoing genocide in Gaza, against the ongoing wars of capital, and against those being prepared. Starting with the mobilization against our primary enemy, the Meloni government and the Italian state apparatus that are involved in this war (and in the war in Ukraine).

February 24, 2026

Revolutionary Internationalist Tendency

https://pungolorosso.com/?s=21+punti+fermi+sulla+guerra+in+Ucraina

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