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L’internazionalismo proletario, un fattore-chiave della teoria, della strategia e della politica rivoluzionaria – TIR

Questo è uno dei documenti approvati nella recente Conferenza di organizzazione della Tendenza internazionalista rivoluzionaria. Al suo centro c’è il tema-chiave dell’internazionalismo, presentato attraverso la ricostruzione storica del movimento proletario comunista, dalle sue origini fino ad arrivare ad alcune questioni vitali dei nostri giorni. (Red.)

Com’è universalmente noto il Manifesto del partito comunista termina con l’appello (scritto in maiuscolo): “PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!”. È altrettanto noto che a fine febbraio 1848, quando il Manifesto fu pubblicato, non esisteva un partito comunista. L’organizzazione che si presentava in quella modalità fulminante sulla scena politica europea era la Lega dei comunisti (Associazione comunista di educazione operaia) che aveva avuto fino ad allora, come sua insegna, il motto “Tutti gli uomini sono fratelli”. Nel farlo, si assumeva il compito di indicare i tratti distintivi del partito comunista tra i quali c’è, in primissimo piano, l’internazionalismo.

Questi tratti distintivi possiamo riassumerli così:

1) i comunisti “lottano per raggiungere i fini e gli interessi immediati della classe operaia”, ma non sono degli immediatisti: “nel movimento presente rappresentano in pari tempo l’avvenire del movimento”. Portano cioè in esso gli interessi storici, il programma storico del movimento proletario;

2) i comunisti “lavorano per preparare e sviluppare tra gli operai una coscienza quanto più chiara è possibile dell’antagonismo ostile tra proletariato e borghesia”. Una tale coscienza non è un prodotto spontaneo, dal momento che la spontaneità, anche la più accesa, porta l’impronta della influenza borghese. L’ipotesi di una spontaneità pura e senza interferenze è stata sempre infondata, oggi lo è più che mai;

3) i comunisti “si distinguono dagli altri partiti proletari [il riferimento qui è ai cartisti inglesi, l’unico partito a base operaia esistente nell’Europa di allora – ndr] solo per il fatto che mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalle nazionalità, dell’intero proletariato nelle varie lotte nazionali dei proletari”, ed anche  per il fatto che “sostengono costantemente l’interesse del movimento complessivo”. Quindi, pur prendendo parte alle lotte delle singole sezioni nazionali del proletariato, sono nemici di ogni particolarismo nazionale (e, a maggior ragione, locale, settoriale);

4) i comunisti sostengono “ogni movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni sociali e politiche” esistenti, mettendo in primo piano sempre “il problema della proprietà”, cioè il problema dei rapporti sociali di produzione (un aspetto che Marx approfondirà negli anni successivi);

5) i comunisti possono raggiungere i loro fini “solo con il rovesciamento violento di tutto l’ordine sociale esistente”, e non hanno paura a dichiararlo apertamente.

Quindi: il partito comunista è il partito della rivoluzione sociale – non genericamente il partito delle lotte. È il partito della lotta per il rivoluzionamento dei rapporti sociali (nel senso più ampio) e politici borghesi, il partito della rivoluzione comunista e della rivoluzione internazionale: “proletari di tutti i paesi unitevi!”. Che può affermarsi nel “movimento” facendo chiarezza, solo a condizione di battersi contro una serie di avversari politici (dotati di proprie teorie e di proprie prassi) quali erano – al febbraio 1848 – il socialismo feudale e pretesco, il socialismo piccolo-borghese, quello conservatore-borghese, nonché il comunismo critico-utopistico.

Nell’atto di nascita del movimento comunista, l’internazionalismo è ancora limitato ai “paesi più progrediti”. Questa limitatezza è lo specchio della limitata diffusione dei rapporti sociali borghesi e, quindi, dell’ancora limitata diffusione del proletariato. Ma dipende anche, inutile nasconderlo, da un limitato studio della “questione coloniale” e di quella che in seguito Marx chiamerà l’accumulazione originaria avvenuta senza dubbio su scala mondiale. In un lavoro critico pregevole (F. Engels e il problema dei popoli senza storia) Roman Rosdolsky ha messo in luce alcuni limiti di impostazione della trattazione engelsiana delle questioni nazionali aperte nell’Est Europa. Questi limiti di matrice schematica ed euro-centrica si vedono in modo più pronunciato – ad esempio – nel giudizio negativo sulla rivolta algerina contro l’occupazione coloniale francese degli anni 1835-1847, e in altri testi di quegli anni, che vedono possibile la liberazione dei popoli colonizzati solo ad opera del proletariato dei “paesi più progrediti”. Questa attitudine degli anni giovanili, che fu più di Engels che di Marx, comincia ad essere superata – alla grande – già negli scritti dei primi anni ‘50 contro il colonialismo britannico (e francese) in India e in Cina. In questi scritti Marx formula un’affermazione che forse a lui stesso appare strana e paradossale: “la prossima rivolta dei popoli europei, il loro prossimo moto a favore della libertà repubblicana e dell’economia di governo possono dipendere da ciò che sta avvenendo nel celeste impero – al polo opposto dell’Europa – con molta maggiore probabilità che da qualunque altra causa politica esistente”, dagli avvenimenti della Cina in cui è in corso “una rivoluzione formidabile”, la rivolta dei Taiping (1851-1864). Marx lo scrive il 20 maggio 1853, appena 5 anni dopo Il Manifesto. Un chiarimento definitivo su tale essenziale questione avviene nel dicembre 1869 quando Marx scrive ad Engels quanto segue: “Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile abbattere il regime irlandese mediante l’ascendancy [l’ascesa al potere, la supremazia] della English working class. Ho sempre sostenuto questo nella New York Tribune. Ma uno studio più approfondito mi ha convinto ora del contrario. La working class inglese non farà mai nulla [il corsivo è di Marx] prima che si sia liberata dell’Irlanda. Dall’Irlanda si deve fare leva. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in genere”.

Si è evidenziata la limitatezza (o immaturità) dell’internazionalismo contenuto nel Manifesto per mostrare, oggettivando, come questa dimensione allo stesso tempo teorica e pratica si è evoluta e sviluppata nel corso del tempo in relazione allo sviluppo del capitalismo e del proletariato nello spazio, e come da un’enunciazione di principi generali, quale era ancora al 1848, si è trasformata in politica (anche auto-negandosi tragicamente, purtroppo, quando nei partiti che si richiamavano al comunismo di Marx sull’internazionalismo è prevalso lo sciovinismo).

La I Internazionale [l’Associazione internazionale degli operai (1864-1872), anche se il suo scioglimento formale avviene solo nel 1876 a Filadelfia] costituisce una prima materializzazione dei principi fissati nel Manifesto. Si tratta di un’organizzazione che nasce sulla spinta di organismi operai a carattere sindacale, mutualistico, cooperativo e di tendenze politiche disparate (mazziniani, prodhouniani, anarchici, una minoranza di “seguaci” di Marx ed Engels). Per la prima volta è, almeno potenzialmente, una organizzazione di massa, che raggruppa molte centinaia di “società operaie” che quasi mai superano il centinaio di membri, ma ne sono parte anche organismi sindacali. Impossibile avere un dato certo sulla globale consistenza numerica della I Internazionale; Marcello Musto la stima in 150.000 aderenti. Questa nuova situazione suggerisce a Marx di affermare: la classe operaia “possiede un elemento di successo: il numero; ma il numero non pesa sulla bilancia se non quando è unito in collettività e guidato dalla conoscenza” [c. n.].

Se già la Lega dei comunisti aveva membri di diverse nazionalità (il suo programma apparve in 20 lingue), la I Internazionale costituisce un formidabile balzo in avanti anche sotto questo profilo, pur restando sostanzialmente confinata entro il perimetro dell’Europa fino al momento in cui la sua sede viene trasferita negli Stati Uniti, su proposta di Marx e Engels che ne registrano la crisi dopo la sconfitta della Comune di Parigi. Nei suoi Statuti torna un concetto già contenuto nel Manifesto (dove si parla della classe “che si costituisce in partito”): “l’emancipazione della classe operaia dev’essere opera dei lavoratori stessi”, deve essere una auto-emancipazione. E tale auto-emancipazione “non è un problema locale, né nazionale, ma sociale, abbraccia tutti i paesi nei quali esiste la società moderna [c. n.], e per la sua soluzione dipende dal concorso pratico e teorico dei paesi più progrediti”. Siamo ancora dentro la limitatezza propria del 1848, sebbene ci sia un allargamento verso Est in direzione Polonia-Russia e una proiezione oltre Atlantico. Ma sono rilevanti due fatti: l’impulso alla nascita della I Internazionale viene da una grande assemblea operaia, di operai francesi e inglesi, del luglio 1863, convocata per rivendicare l’indipendenza della Polonia dalla Russia zarista (una tematica non strettamente operaia); la “questione irlandese” avrà ampio spazio nei lavori del Consiglio generale che guida l’Internazionale.

In questa nuova esperienza l’internazionalismo si riempie di specifici contenuti e di compiti politico-organizzativi: “unire e dare uniformità agli sforzi, ancora disuniti, compiuti nei diversi paesi per emancipare la classe operaia”, “sviluppare negli operai dei diversi paesi non soltanto il sentimento ma il fatto [i corsivi sono di Marx] della loro fraternità e di unirli per formare l’armata dell’emancipazione”. Una prima prova brillantemente superata dalla classe operaia britannica fu la sua opposizione a farsi trascinare ‘a corpo morto’ nella guerra civile statunitense (1861-1865) dalla borghesia britannica, a prendere la parte degli schiavisti “nell’infame crociata per perpetuare e propagare la schiavitù dall’altra parte dell’Atlantico”. Nel suo Indirizzo inaugurale Marx va però oltre il caso singolo, e fissa quale importante “dovere” delle classi operaie “iniziarsi ai misteri della politica internazionale”, tracciare una propria politica estera come “parte della lotta generale” per la propria emancipazione. La lotta contro i pregiudizi nazionali è il fulcro di questa politica. In un appello del 4 giugno 1867 è fissata – per sempre, possiamo dire – la linea di classe da seguire davanti alla “importazione di operai stranieri”: “se la classe operaia vuole continuare la sua lotta con qualche prospettiva di successo, deve trasformare in internazionali le sue associazioni nazionali”. E pensare che oggi, 160 anni dopo, ci sono ancora presunti compagni che si entusiasmano per elementi razzistoidi quali la Sara Wagenknecht o J.L. Melenchon …

A differenza della Lega dei comunisti la I Internazionale è già in grado di organizzare lotte. Anche su questo piano il suo “campo d’azione” non è strettamente nazionale perché la sua principale rivendicazione sarà la riduzione dell’orario di lavoro giornaliero a 8 ore – rivendicazione che per sua stessa natura oltrepassa le frontiere nazionali, e diventerà la parola d’ordine di un movimento internazionale che prende corpo nel 1886 a Chicago per opera di un proletariato multinazionale composto da operai boemi, tedeschi, polacchi, russi, irlandesi, italiani, afro-americani. [Da notare è che questo movimento precede di tre anni la fondazione della II Internazionale.]

La composizione politica molto eterogenea della I Internazionale porta con sé una ininterrotta lotta politica della minoranza legata a Marx-Engels contro i mazziniani (contrari agli scioperi), i proudhoniani e gli anarchici. Questa lotta esplode in una contrapposizione frontale in occasione della Comune di Parigi (marzo-giugno 1871), davanti alla questione dello stato e della “dittatura del proletariato”: con Marx ed Engels convinti che la Comune sia stata troppo poco autoritaria nei confronti dei nemici (“Una rivoluzione è la cosa più autoritaria che vi sia”, scriverà polemicamente Engels), mentre Bakunin ne esalta la caratteristica di eruzione delle forze popolari (i “miseri”, gli “oppressi”) contro l’autoritarismo dello stato in generale. Davanti alla questione dello stato e dell’uso del potere politico conquistato per la prima volta dal proletariato, si spezza “l’ingenua collaborazione tra tutte le frazioni operaie, sindacaliste e socialiste” appartenenti alla I Internazionale. Anche se si è più volte esagerato, lo stalinismo ne ha fatto un mantra, nel vedere una totale contrapposizione tra marxismo e anarchismo in questa materia, dimenticando che nella teoria marxista la dittatura del proletariato deve essere, e già lo fu nella Comune, un “qualche cosa che non è più propriamente uno stato” (Lenin). Comunque, ciò che più interessa al nostro ragionamento è che nella sollevazione rivoluzionaria delle masse parigine nella primavera del 1871 Marx vede “un sicuro passo in avanti della rivoluzione proletaria mondiale”, e dall’altro registra l’esistenza e l’efficacia dell’“internazionale reazionaria”, la piena collaborazione tra le borghesie nemiche di Francia e Prussia per schiacciare nel sangue la rivoluzione “operaia”.

[Va notato che fino a questo momento gli organi ufficiali dell’“organizzazione operaia” sono quasi totalmente maschili (a differenza della composizione del proletariato). Nel Consiglio generale della I c’è solo la sindacalista inglese H. Law. Nella sollevazione parigina del 1871 le donne hanno avuto una parte di assoluto rilievo, amplificata dall’infame propaganda reazionaria contro le pétroleuses – le incendiarie, piromani – (Marx: “le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e devote come le donne dell’antichità”). Ma se avete presente l’immagine dei 40 membri più influenti della Comune, vi trovate un solo volto di donna: Louise Michel. Difficile che qualcuno/a conosca L’Unione delle donne per la difesa di Parigi e per la cura dei feriti di Elisabeth Dmitrieff, una internazionalista russa appartenente alla I Internazionale, e il suo progetto di totale riorganizzazione del lavoro femminile, o altre figure rivoluzionarie di rilievo come André Léo, Paule Mink, Victorine Brocher. Le donne partono con un handicap anche nell’organizzazione rivoluzionaria…]

All’atto dello scioglimento della I Internazionale Engels evoca per il futuro un partito “puramente comunista” capace di andare oltre il magma ideologico presente in essa. Avrà parzialmente ragione perché la nuova Internazionale che nasce il 14 luglio 1889 a Parigi (nel centenario della presa della Bastiglia), sarà una Internazionale socialista composta – invece che da sindacati e organismi dai tratti politici indefiniti e talvolta attardati su impostazioni da sette – da veri e propri partiti dall’ideologia strutturata su basi che molto dovevano al marxismo. Partiti di massa, e nel caso del più influente di essi, il partito socialdemocratico tedesco, un partito operaio di massa. Engels ebbe ragione solo parzialmente, però, perché l’intera vita della II Internazionale, fin dalla sua partenza, fu segnata dalla “lotta di una corrente ostile al marxismo in seno al marxismo stesso”. Questa corrente, contro cui Rosa Luxemburg scrisse il memorabile “Riforma sociale o rivoluzione?”, si affermò fino a diventare maggioritaria costringendo la minoranza rivoluzionaria e internazionalista a rompere e fondare una nuova Internazionale “puramente comunista”.

Il contesto storico-sociale in cui nasce la II Internazionale è profondamente mutato rispetto al 1848 e al 1864. Il capitalismo in Europa e nell’America del Nord ha avuto un forte sviluppo e compiuto un ulteriore cammino di concentrazione, e perfino di prima centralizzazione (antivisto nel Capitale), che gli ha consentito di rafforzare il proprio dominio sulla società, di strutturare una serie di apparati statali sempre più efficienti non solo come macchine di repressione, ma anche come macchine politico-amministrative. In virtù di questo consolidamento, le borghesie europee più potenti possono aprire un “dialogo” con una parte del movimento operaio per depotenziarne la radicalità e fare in modo che si inserisca progressivamente, e selettivamente, nelle prassi tipiche della società borghese, si borghesizzi anche nel suo modo di pensare, di sentire e – per quanto sia possibile ad una classe che resta sfruttata e oppressa – di vivere. Bisogna ricordare che una parte dei partiti aderenti alla II Internazionale era già legale, e conquistò via via una presenza nei parlamenti.

L’insegnamento da trarne è che non c’è partito “operaio”, rivoluzionario, e perfino comunista, che possa riuscire ad affrontare e neutralizzare l’influenza antagonista dell’ambiente economico, sociale, politico capitalistico senza un’incessante battaglia contro il contesto borghese. Da allora ad oggi l’arte/scienza/sapienza del controllo e del dominio di classe borghese, anche per mezzo delle manovre tattiche capaci di entrare nelle contraddizioni del nostro campo, si è enormemente affinata. Sebbene, a nostro vantaggio, questo accada oggi in un contesto di crisi sistemica esplosiva che riduce, almeno in Occidente, le possibilità di integrazione e cooptazione di vasti settori del proletariato. Riduce, non azzera, attenzione! Stiamo sempre in guardia da ogni forma di meccanicismo.

Un aspetto fondamentale di questo processo che porterà alla vittoria del riformismo nella II Internazionale è la nazionalizzazione dei partiti aderenti che emerge certo, all’improvviso, nel 1914 con lo scoppio della guerra e il voto sui crediti di guerra, ma è maturato progressivamente nel corso dei venticinque anni precedenti. Per quanto il togliattismo abbia cercato di far passare Lenin per un elezionista, sia Lenin che Rosa Luxemburg hanno identificato, in modo parallelo, nei gruppi parlamentari e nelle direzioni sindacali i principali luoghi di coagulo delle posizioni riformiste. Il processo – però – ha riguardato, specie in Germania, anche la massa del proletariato industriale che all’atto della scissione della II Internazionale restò quasi ovunque in maggioranza dalla parte dei riformisti, esito di un processo di nazionalizzazione delle masse a cui tanto hanno contribuito (come nota Mosse) i monumenti nazionali, le feste pubbliche, le canzoni popolari patriottiche, l’esperienza dei cori, gli sport, le fiere, gli apparati educativi, la mitizzazione del passato fondativo delle nazioni, un certo tipo di letteratura, una grande varietà di associazioni per il tempo libero interclassiste – tutti aspetti della vita sociale a cui disgraziatamente diamo scarsa attenzione.

Osservata ora con attenzione la II Internazionale è stata, dalla fine dell’Ottocento, un vero e proprio campo di battaglia tra rivoluzionari e opportunisti poi evoluti, nella quasi totalità, in riformisti, con i rivoluzionari sempre protesi all’internazionalismo e gli opportunisti/riformisti a considerare, e strutturare, l’Internazionale come una sorta di patto federativo tra partiti nazionali, sempre più legati, e alla fine subordinati, agli interessi del “proprio” capitalismo nazionale, del “proprio” imperialismo. Non a caso man mano che va maturando la scissione della II Internazionale, si infittiscono le opere teoriche rivoluzionarie sull’imperialismo, che costituiscono anche una replica all’ipotesi di un colonialismo dal volto umano, o addirittura “socialista”, che prende piede anzitutto nel partito-guida della II Internazionale, la socialdemocrazia tedesca. Nel suo programma elettorale del 1915 si legge: “Si può ben concepire una politica coloniale approvabile anche da noi socialisti purché siano rispettati due principi: non opprimere gli indigeni e avere con loro rapporti di amicizia” (!!??). Nel Vorwärts, il giornale del partito, il 16 dicembre 1906, si trova una tale perla: “Noi distinguiamo tra una politica coloniale rivolta ad educare onestamente i popoli arretrati e quella che mira a opprimere, a sfruttare o addirittura a sterminare gli indigeni”. Educare onestamente… Kautsky: “La lotta dei selvaggi contro la civiltà non è la nostra lotta”. Bebel, il più prudente: “La politica coloniale in determinate circostanze può diventare un’opera di civilizzazione”. Per tutti i dirigenti del partito tedesco (con la parziale eccezione di Rosa Luxemburg) il riscatto, la liberazione dei popoli delle colonie non poteva venire che dalla rivoluzione del proletariato metropolitano. Per non dire, poi, del favore che i sindacalisti rivoluzionari accordarono all’“imperialismo operaio”; dei misfatti del gruppo parlamentare socialista in Francia che nel 1911, a maggioranza, approvò la spartizione coloniale del Marocco tra Francia e Germania; o dei socialisti fabiani britannici apertamente favorevoli all’imperialismo britannico, tra i primi a votare, in tempo di “pace”, i crediti bellici necessari a sviluppare la marina militare britannica. Del resto, al 1914 i possedimenti coloniali europei assommavano all’85% della superficie terrestre, ed una tale dominazione poteva “apparire” quasi naturale, oltre che vantaggiosa “per tutti” (proletari europei inclusi). Il solo Lenin cominciò, dopo la rivoluzione del 1905, a riconoscere e studiare il grande potenziale rivoluzionario dei “popoli dell’Oriente” (qui, una volta tanto, va citato in positivo anche un nostro… connazionale, Andrea Costa, deputato internazionalista capace di gridare “viva Menelik!”, il valente re abissino che sbaragliò ad Adua le “nostre” truppe coloniali – pensate che scandalo farebbe oggi un “viva Sinwar”…).

Lo scoppio della prima guerra mondiale rese totalmente impossibile la coesistenza di nazionalisti “operai”/socialisti e internazionalisti rivoluzionari nello stesso partito. Ci si sparava addosso tra socialisti e tra proletari dei rispettivi partiti! – perché i riformisti, da social-sciovinisti, socialisti a parole, sciovinisti nei fatti, avevano scelto di schierarsi con la propria borghesia, per la sua vittoria in guerra, coprendosi con i più vili pretesti progressisti, umanitari, democratici, anti-coloniali (c’è infatti pure un colonialismo “anti-colonialista”, magistralmente usato dagli Stati Uniti d’America sia con Wilson nel 1919 con il principio di “autodeterminazione dei popoli”, sia nel 1945 con le interessate condanne del razzismo e del colonialismo degli altri).

Al fallimento della II Internazionale i marxisti rivoluzionari rispondono con le conferenze di Zimmerwald (5-8 settembre 1915) e di Kienthal (25-30 aprile 1916), che furono precedute da una conferenza internazionale a Berna (26-28 marzo 1915) di donne socialiste, 70 partecipanti, organizzata da Clara Zetkin, tenuta alla insegna di “guerra alla guerra” – le risoluzioni finali di Zimmerwald e Kienthal sono in appendice al nostro libro sulla guerra in Ucraina. In queste tre conferenze, che chiamano a raccolta le internazionaliste e gli internazionalisti, si svolge ancora una volta “una lotta delle idee” (Lenin). Non mancano, infatti, le posizioni confuse, incerte, contraddittorie, incomplete, inconseguenti su cui non si può certo fondare un nuovo inizio. Questo è un punto da fissare bene: non c’è stata, né in generale può esserci, formazione e vita di un partito, o di una organizzazione rivoluzionaria, senza lotta teorica e politica aperta. L’irenismo, la pratica di sfumare metodicamente le posizioni non porta mai a nulla di solido. Pure una fondazione solida – la più solida di tutte – quella della III Internazionale, non ha potuto dare garanzie assolute a fronte di forze oggettivamente soverchianti. In mancanza di premesse solide, però, basta un soffio di ponentino a far cadere il castello di carte.

Tra il 4 agosto 1914 e il 1919 si svolge un intensissimo lavoro per la fondazione di una nuova Internazionale. Nel frattempo la consegna ai partiti e gruppi di compagni che sono rimasti su posizioni internazionaliste è quella di appoggiare qualsiasi azione di lotta di segno internazionalista compiuta da gruppi e settori proletari, e cercare di riunire tutti gli elementi anti-sciovinisti della II. Di mezzo ci sono il grande macello della guerra e la rivoluzione di Ottobre, c’è la previsione determinante dell’apertura, con la guerra, di un’epoca di crisi/guerre/rivoluzioni. Determinante perché consente, a chi l’ha fatta, di prepararsi ad un evento raro, eccezionalmente rapido a determinarsi e turbinoso qual è una crisi rivoluzionaria.

Per la prima volta su un’enorme scala territoriale e un’estrema concentrazione di scontri e distruzioni, il sistema capitalistico dichiara la guerra inter-imperialistica come lo sbocco obbligato della propria crisi ovvero una forma estrema di essa. E per la prima volta i rivoluzionari internazionalisti (o marxisti rivoluzionari) concepiscono l’idea di una “vittoria finale” sul capitalismo. All’atto della nascita del KPD (30 dic. 1918- 1° gennaio 1919) Lenin considera la nuova Internazionale già un dato di fatto, benché non sia ancora formalmente esistente. E la qualifica come “l’Internazionale comunista [non socialdemocratica, né socialista – n.], realmente proletaria, realmente internazionalistica, realmente rivoluzionaria”. Questi tre “realmente” sono stati resi necessari dalla lunga e sfibrante esperienza dell’opportunismo, capace di mettere tra le parole e i fatti una grande distanza. Sferzante, Rosa Luxemburg noterà: “la socialdemocrazia tedesca passava per l’incarnazione più pura del socialismo marxista”…

Per la prima volta siamo davanti a un partito del proletariato effettivamente mondiale – ne faranno parte partiti e organismi asiatici, arabi, latino-americani, oltre i “soliti” europei e nord-americani (i suoi membri effettivi sono stati stimati intorno a 800.000, molti di più della I Internazionale, molti meno della II Internazionale, su cui, però, non ci sono note stime complessive attendibili). Anche il suo centro direttivo si è spostato dalla Germania verso oriente. Un partito che si concepisce come il partito della rivoluzione mondiale. Per Trotsky la Terza è l’Internazionale “dell’aperta azione di massa, dell’attuazione rivoluzionaria, della realizzazione”, nata nell’“ora della lotta finale e decisiva”. Nei suoi grandi quattro congressi che riconosciamo come nostri (con qualche esitazione sul quarto), la nuova Internazionale si dà il compito strategico di intervenire secondo un piano d’azione centralizzato sull’intera catena capitalistica-imperialistica mondiale, a partire dai suoi “anelli deboli”. Essa dichiara apertamente, per la prima volta nella storia del movimento proletario, che “gli interessi del movimento di ciascun paese” debbono essere subordinati “agli interessi della rivoluzione su scala internazionale”. E, anche questa è una prima volta, guarda attentamente e senza paternalismi ai popoli delle colonie, cogliendo in essi “aperte rivolte” e “fermenti rivoluzionari”, e vede procedere, “in parallelo” e in connessione, la liberazione delle colonie e la liberazione della classe operaia nelle metropoli. Non a caso deciderà di modificare la consegna finale del Manifesto in questo modo: “Proletari e popoli oppressi di tutto il mondo unitevi!”.

Non possiamo, qui, entrare nel merito delle Tesi sulla questione nazionale e coloniale, del Congresso dei popoli dell’Oriente di Baku (settembre 1920) e dei limiti, e anche delle ambiguità, con cui la rivoluzione anti-feudale, anti-coloniale, anti-imperialista è stata integrata nella strategia della rivoluzione mondiale. Ma in ogni caso va colto il formidabile salto di qualità compiuto dalla III Internazionale in questa direzione – reso possibile dalla profondità inaudita della crisi dell’ordine capitalistico mondiale (con un cambio di passaggio tormentatissimo dalla egemonia britannica a quella statunitense, una volta schiantata la Germania), almeno quanto dall’enorme sviluppo ed espansione dei rapporti sociali capitalistici avvenuto tra il 1889 e il 1919. Il mondo al 1919, sempre nella massima disuguaglianza s’intende, è assai più strettamente unito di trent’anni prima. Lo si vedrà tanto nell’ascesa della rivoluzione, quanto in quella della controrivoluzione borghese.

Questa nuova Internazionale non si auto-denomina operaia (come la I), né socialista (come la II), bensì comunista condensando in questo termine un insieme di tematiche storiche, ideologiche, sindacali, nazionali, coloniali, agrarie, femminili, istituzionali, sociali, culturali, tattiche, organizzative, unificate nel riferimento ad un programma rivoluzionario internazionalista che, una volta spezzato il potere politico borghese e instaurato il potere sovietico, non intende lasciare in piedi nulla del vecchio mondo del capitale o delle forme pre-capitalistiche, ma intende tutto trasformare nel senso della piena socializzazione dell’economia e dei rapporti sociali (tutti i mezzi della produzione sociale debbono perdere il carattere di “capitale” e passare alla società organizzata su nuove basi, non mercantili), della liberazione dalla vecchia divisione sociale (basata sul rapporto tra lavoro salariato e capitale) e internazionale del lavoro, da tutte le forme di oppressione di nazione, di classe, di sesso, di razza.

Il movimento proletario internazionale non era arrivato mai così “in alto”, così vicino allo spezzare almeno qualche anello rilevante della catena capitalistica, in primo luogo quello russo sul terreno del potere politico. Ma ha dovuto proprio per il grandissimo pericolo avvertito dalla classe capitalistica e dalle vecchie classi possidenti, fronteggiare una violentissima, articolata controffensiva capitalistica mondializzata, con in prima fila le democrazie, a ruota il fascismo italiano, e poi la terribile macchina da guerra del nazismo. Questo fuoco incrociato ha fatto arretrare il movimento di classe sotto il peso di una serie di colpi feroci e di sconfitte sul campo (in Ungheria, Italia, Germania, Inghilterra, Cina), e ha poi accerchiato la rivoluzione mondiale costringendola nel recinto di un paese come la Russia ancora in cammino verso il pieno capitalismo. Davanti a questa controffensiva, la III Internazionale, nata tardi rispetto al massimo picco dell’attività rivoluzionaria delle masse proletarie in Europa e troppo ‘sbilanciata’ per il peso preponderante in essa della Russia e del partito russo, ha cercato comprensibilmente di rispondere con una tattica difensiva in Russia e internazionalmente. NEP, fronte unico, etc. stanno in questo contesto. E ci stanno – all’inizio – nel saggio tentativo di prendere respiro, riorganizzare le forze, cercare di fare breccia nella maggioranza operaia in Europa rimasta nelle fila dei partiti riformisti, nell’“attesa” di nuove crisi rivoluzionarie. Ma la forza soverchiante della controrivoluzione (che comincia in Europa e arriva, per ultimo, anche in Russia) fa sì che tanto nei singoli partiti nazionali che nell’Internazionale, un passo dopo l’altro, si abbandoni l’originario impianto rivoluzionario e, appunto, internazionalista.

Con la formalizzazione della teoria del socialismo in un solo paese (arretrato) questo cambiamento di natura della politica dell’Internazionale conosce un passaggio chiave che si rivelerà senza ritorno per l’arretramento dell’intero processo rivoluzionario su scala mondiale. Sintetizza bene Bordiga: “La tesi marxisticamente condannata non è: Anche in un solo paese è possibile la conquista proletaria del potere – e – Anche in un solo paese di pieno capitalismo è possibile [avviare] la trasformazione socialista. La tesi condannata è che in un solo paese non capitalista sia possibile, con la sola conquista del potere politico, la trasformazione socialista”. Tale mistificazione, poi, consentirà a Stalin e ai suoi di subordinare progressivamente l’intera Internazionale alle decisioni e priorità del partito russo, entrato in simbiosi con lo Stato, dettate sempre più dalle necessità stringenti della “costruzione del capitalismo” in Russia sotto forma di industrialismo di stato. Se per questa via il proletariato russo viene sottomesso alle esigenze della costruzione di un moderno impianto di capitalismo in Russia, il proletariato dei paesi europei e occidentali è chiamato a fare da supporto alle esigenze dello stato “socialista”. A loro volta, le masse sfruttate dei paesi colonizzati o semi-colonizzati vengono consegnate alle rispettive direzioni nazionaliste (che ne faranno, all’occorrenza, strage – vedi l’esito delle sollevazioni operaie di Canton e Shanghai nel 1925-1927). Avviene per questa via quello che Bordiga ha chiamato il rovesciamento della piramide: invece che – dall’alto verso il basso – l’Internazionale comunista, il partito russo, lo stato russo come nell’impianto originario della III, abbiamo: stato russo (quale espressione del capitalismo russo in sviluppo), partito russo, Internazionale. Ancora una volta, quindi, l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria si identifica con l’abbandono dell’internazionalismo. E viceversa.

Alla progressiva nazionalizzazione del partito russo si combina quella dei partiti europei che si muovono nel senso di ricucire con le socialdemocrazie e i riformisti, di varare fronti popolari prima e fronti nazionali anti-fascisti e anti-nazisti poi, nei quali il proletariato viene sempre più subordinato come donatore di sangue per la nazione da liberare, riscattare o rigenerare con la democrazia borghese. Prototipo di questa marcia dei partiti comunisti europei dall’internazionalismo al nazionalismo sociale, dalla rivoluzione al riformismo, dal comunismo al capitalismo democratico camuffato da democrazia progressiva, è stato il PCI, il partito della controrivoluzione politica staliniana in Italia. In Russia questa controrivoluzione passò attraverso lo sterminio quasi completo della vecchia guardia bolscevica; in Italia o in Francia attraverso l’emarginazione, la ghettizzazione, la criminalizzazione delle piccole minoranze restate sul terreno rivoluzionario-internazionalista, e qualche volta anche attraverso la loro eliminazione fisica (in Spagna, nell’Italia del Nord).

Il PCI comincia formalmente questo cammino nel 1943-’44 (l’inizio sostanziale è assai precedente) come partito “operaio”-borghese che mantiene nel suo programma  il richiamo al socialismo nella versione dell’URSS, per poi, attraverso una serie di metamorfosi passate per l’”eurocomunismo” e l’ambiguità nei confronti dell’URSS, divenire, con il crollo della “patria del socialismo”, non solo un partito interamente borghese con una base operaia sempre più esile, ma addirittura un partito interamente organico al grande capitale – una collocazione a cui è approdato passando attraverso la trafila dei “ceti medi produttivi” e una serie di cambi di nome che corrispondono a progressivi cambi di programma. Non a caso il troncone maggioritario del PCI ha finito col fondersi con il troncone più rilevante proveniente dall’ex Democrazia Cristiana, l’altro partito interclassista di massa, che nel periodo del bipolarismo USA/URSS (che escludeva il PCI dal governo) era stato il partito-cardine della borghesia. A dimostrazione che la differenza sostanziale tra PCI e DC non era ormai da tempo l’orientamento di classe (borghese per entrambi), ma lo schieramento internazionale.

La III Internazionale ha subito un disfacimento progressivo da parte dello stalinismo in quanto Internazionale dell’azione rivoluzionaria, concepita nel corso della prima guerra mondiale e nata subito a ridosso di essa, per essere tragicamente sciolta nel 1943 proprio nel pieno del secondo massacro mondiale per far piacere agli alleati imperialisti d’oltre Oceano. Cosa ne è seguito? Cento anni di lugubre ininterrotta controrivoluzione? Assolutamente no! Né è scomparsa la rivoluzione, né è scomparsa la lotta di classe. Solo: la rivoluzione si è dislocata altrove, e con altre caratteristiche sociali e politiche – come altrove si è dislocata progressivamente la più dinamica crescita del capitalismo. E la lotta di classe ha dovuto ripartire nei “paesi più progrediti” da posizioni più arretrate.

Non si è trattato della ripresa della rivoluzione proletaria sconfitta sul campo negli anni ‘20 dopo un ciclo internazionale grandioso di battaglie (la guerra civile spagnola si può, forse, considerare l’ultimo sussulto di quel ciclo). Si è trattato dello sviluppo tricontinentale della rivoluzione anti-coloniale, nazionale, popolare, con protagonisti di prima fila spesso le masse dei contadini poveri e strati sociali piccolo borghesi. È quello che Bordiga definì “l’incandescente risveglio delle genti di colore”.

Se in Europa la rivoluzione proletaria è stata battuta sul campo; se in Russia si è  rincartocciata in sé stessa ed è come sparita; in Oriente, invece, la rivoluzione è viva e coinvolge forze gigantesche. Si tratta delle formidabili ondate di guerre civili anti-feudali, che hanno fatto crollare decrepiti istituti di oppressione, e di guerre nazionali indipendentiste che hanno dato più filo da torcere all’imperialismo euro-statunitense dei proletari delle metropoli. Nei paesi dominati e controllati dal vecchio e nuovo imperialismo avviene tra il 1945 e il 1976 una catena di rivoluzioni sociali autentiche per quanto si limitino all’instaurazione di rapporti sociali borghesi. Rivoluzioni sociali agrarie e nazionali che avvicinano in questi paesi l’emancipazione del proletariato e degli sfruttati proprio attraverso la formazione di un moderno industrialismo, la loro partecipazione ai moti rivoluzionari, che in molti casi costituisce il loro ingresso nella storia mondiale da protagonisti. I colpi assestati da questi moti all’ordine capitalistico mondiale uscito dalla prima e dalla seconda guerra mondiale sono di portata storica. Oggi è di comune dominio parlare di declino dell’imperialismo americano, ma va ricordato (quasi tutti lo dimenticano) che la prima bruciante sconfitta sulla scena mondiale gli Stati Uniti l’hanno subita in Vietnam negli anni ‘60 e ‘70, e già in Corea nel 1950-’53 c’erano andati vicini. Se va certo respinta la tinteggiatura socialista e comunista di questi movimenti, ne andava appoggiata senza riserve la battaglia. Una battaglia rivoluzionaria.

Bisogna ammettere che furono in pochissimi, tra i compagni rimasti sul terreno dell’ internazionalismo, a comprenderlo, e a non assumere una postura indifferentista. In pochissimi seppero cogliere che la marcia incalzante dei “fratelli gialli e neri” poteva far riguadagnare tempo e terreno anche agli attardati proletari “bianchi” schiacciati quasi ovunque, in Europa, dal compito della ricostruzione post-bellica, riattivando la lotta di classe nelle metropoli, come avvenne puntualmente negli anni ’60 e ’70, in Francia, in Belgio, in Italia, negli Stati Uniti. Certo, in quel torno di anni era esclusa la possibilità di una vera congiunzione di forze tra i proletari di tutto il mondo e i popoli oppressi in lotta contro il colonialismo, che fu messa all’ordine del giorno della III Internazionale nel 1920 a Mosca e a Baku. Nonostante questo, per il movimento proletario a scala mondiale fu straordinaria la valenza liberatoria delle rivoluzioni e delle sollevazioni anti-coloniali. E nulla toglie a ciò l’avvento del neo-colonialismo finanziario e termo-nucleare, o l’attuale ascesa di alcuni paesi ex-coloniali, o il fatto che la Cina ex-rivoluzionaria sia ascesa al rango di grande potenza capitalistica. Quel che resta è che il potenziale di forza del proletariato internazionale si è nel frattempo moltiplicato, acquistando un peso specifico maggiore proprio là dove la rivoluzione nazional-popolare era andata più avanti. Sono nate in questo modo precondizioni economico-sociali oggettivamente più favorevoli ad un nuovo ciclo di sollevazioni proletarie ancor più effettivamente internazionalizzato che nel 1917-1927. Insomma, il secolo breve non è passato invano.

Questo grande ciclo delle rivoluzioni anti-coloniali ha dato vita ad una sua ideologia, il terzomondismo; ad una sua “Internazionale”, il Movimento dei paesi non-allineati nato nel 1955 a Bandung; ad una sua produzione teorica (pensiamo alla rivista cubana Tricontinental); ad una sua galleria di partiti e di capi di notevole spessore (da Mao a Ho Chi Min, da Castro a Che Guevara, da Ben Bella a Lumumba, da Fanon a Sankara etc.). Ma, per la sua natura “popolare”, interclassista, non è potuto andare oltre la costituzione in varie forme di un’Inter-nazionale, un aggregato di nuove nazioni desiderose di scrollarsi di dosso la dominazione coloniale storica e proteggersi dal neo-colonialismo in agguato anche attraverso il “reciproco aiuto” che però aveva in partenza precisi, invalicabili limiti, trattandosi di interessi nazionali. E poteva anche, all’improvviso, in conseguenza della crescita di potenza dei rispettivi capitalismi nazionali e di una divergenza di interessi, evolvere in rotture, conflitti economico-diplomatici, perfino in guerre, come nel caso della guerra tra due “paesi socialisti”, la Cina e il Vietnam, nel febbraio-marzo1979, che produsse decine di migliaia di morti. Resta tuttavia, per la nostra causa, un risultato incancellabile del moto rivoluzionario tricontinentale: la compiuta mondializzazione del proletariato che rimane, per noi, la sola classe sociale capace di ergersi a fulcro e guida della rivoluzione sociale anti-capitalista di cui la grande crisi sistemica dell’ordine mondiale capitalistico è gravida – alla condizione di essere “guidata dalla conoscenza” e dalla “chiara coscienza dell’antagonismo ostile” tra capitalismo e comunismo.

E nel nostro campo, qui in Europa? Sono stati cent’anni di oscuro arretramento, senza nessuna luce? Anche in questo caso la risposta è: No! Il contrasto allo stalinismo ha visto già negli anni a cavallo tra i ‘20 e i ‘30 una serie di piccoli nuclei di militanti organizzati, l’arcipelago della sinistra internazionale con due campioni di razza come Leone Trotsky e Amadeo Bordiga. Nella dispersione dei primi, nella divaricazione dei percorsi di resistenza all’egemonia dello stalinismo nel movimento proletario di Trotsky e Bordiga (l’uno incline a una chiave di lettura degli avvenimenti russi e mondiali di tipo soggettivista, con un disegno di lotta oggettivamente impraticabile; l’altro dominato da un eccesso di oggettivismo e da un’inaccettabile rinuncia ad ogni tipo di coordinamento con i suoi stessi compagni) è scritta la tragedia della sconfitta, l’impossibilità di dare vita a una nuova Internazionale capace di trarre le lezioni della sconfitta.

Tale non è stata la IV Internazionale. Né poteva esserlo, se è vero che la nascita dei partiti rivoluzionari non è mai stata separata dall’esistenza di grandi fermenti rivoluzionari (1848, 1917-’19) o, quanto meno, di situazioni sociali favorevoli per la presenza di forti spinte di lotta di classe combinate con potenti inneschi (nel 1864, la Polonia; nel 1889, la lotta per le 8 ore). Al contrario, dietro la sua nascita ci sono due grandi sconfitte: la sconfitta della rivoluzione proletaria in Europa (con l’avvento al potere del nazi-fascismo), la sconfitta delle posizioni internazionaliste rivoluzionarie più coerentidentro l’Internazionale e il partito russo. Tanto meno furono tali (cioè una nuova Internazionale) i frammenti della Sinistra italiana, rifluiti tutti per vie diverse in un comune principismo esangue, sempre più lontano dal movimento reale. Nei decenni del dopoguerra la sterminata galassia dei partiti e delle organizzazioni trotskiste ha invece provato a mantenersi in contatto o ad essere dentro il “movimento reale”, ma lo ha fatto, in genere, portando agli estremi le debolezze di Trotsky con un’esagerata fiducia nel ruolo della tattica e dell’organizzazione, nella certezza che i comunisti possono restare tali anche dentro organizzazioni che di rivoluzionario e di comunista non hanno nulla, e la costruzione di categorie teorico-politiche fasulle, o equivoche, quali stato operaio degenerato, burocrazia come classe, la centralità della transizione in luogo della rivoluzione, etc. Anche i gruppi bordighisti hanno radicalizzato alcune debolezze o ubbìe di Bordiga quali le categorie di invarianza, l’idea che sia il partito a costituire la classe (non viceversa), il rifiuto di ogni forma di fronte unico, l’indifferentismo in materia di lotte anti-coloniali, etc. Ci troviamo così in presenza di due forme di internazionalismo zoppo, perché nel caso di molti gruppi/partiti trotskisti c’è stato un accodamento all’URSS dopo la rottura del patto Stalin-Hitler e la conclusione dell’allenza tra Stalin e le potenze imperialiste occidentali, e in seguito una crescente adesione agli interessi nazionali e alle direzioni nazionaliste delle lotte anti-coloniali (facendo di Castro, Ben Bella, Tito propri ‘campioni’), benché tale adesione sia stata coperta da declamazioni internazionaliste; nel caso dei gruppi bordighisti c’è stata l’esplicita ripulsa della lotta degli sfruttati delle colonie o dei paesi dominati, o almeno una totale indifferenza nei loro confronti, pur trattandosi di masse oppresse dai “nostri” imperialismi.

Ciò che di vivo resta di questa resistenza allo stalinismo e alla nazionalizzazione del vecchio movimento operaio sono le battaglie politiche – di segno internazionalista – condotte da Trotsky fino al suo assassinio (con l’eccezione della sua proposta di “fronte militare e non politico” con l’Urss di Stalin), e la battaglia teorica condotta da Bordiga nel secondo dopoguerra per ripresentare i cardini della dottrina marxista sfigurati da vari decenni di revisionismo, che risente necessariamente dell’esser stata condotta fuori da un contesto sociale incandescente. In entrambi, però, soprattutto in Bordiga, si coglie la sottovalutazione del ruolo storico delle masse nell’opera di reale socializzazione dell’economia. Questo grave difetto di base riduce la portata critica della loro opposizione allo stalinismo, di cui è noto il feticismo per lo stato e la scarsissima considerazione del ruolo da protagonisti delle masse (una questione, comunque, che merita di essere discussa). In ogni caso la storia di queste resistenze è giunta da tempo al capolinea. Ad oggi sono pochi i gruppi di provenienza o appartenenza trotskista che non siano precipitati nel riformismo o nell’opportunismo e, se incardinati nei paesi occidentali, nell’occidentalismo, come si è visto nella guerra in Ucraina, con la grande maggioranza dei raggruppamenti trotskisti schierati con l’Ucraina, cioè con l’imperialismo occidentale (il Partido Obrero è una delle rare eccezioni). E sono praticamente inesistenti i nuclei bordighisti capaci di azione politica (altra cosa è, questa è l’esperienza di alcuni/e tra noi, aver tratto dalle “lezioni” di Bordiga utili anticorpi al riformismo e all’intermedismo). Se ci sono singole forze o nuclei tuttora vivi che provengono da queste due tradizioni, in essi il richiamo al passato, l’elemento di continuità col passato, giocano sempre un ruolo negativo, paralizzante.

Sul piano sociale, nel secolo che ci separa dai fatidici anni 1926-1927, il break più significativo in tutto l’Occidente sono stati gli anni del ‘68 in Italia, in Belgio, in Francia, negli Stati Uniti (tralasciando i grandi avvenimenti extra-metropolitani, prima tra tutti l’offensiva del Tet in Vietnam) che non furono rivoluzioni mancate né possibili inneschi di guerra civile, come in alcune erronee chiavi di lettura, proprie dell’operaismo (si veda il documento già presentato) e del guerriglierismo. Furono, e non è poco, un potente risveglio di massa, operaio, sociale (dei neri e delle donne anzitutto), studentesco a scala internazionale dopo la lunga stasi di lotte del periodo post-bellico. [Prima degli anni del ‘68, in Europa c’è stata solo la piccola finestra, o fessura?, degli anni 1943-1945 in Italia, in Grecia e nei Balcani, di cui abbiamo trattato nel recente libro sulla Resistenza, limitatamente all’Italia.]

In un solo caso, in quel torno d’anni, e con riferimento al proletariato industriale, il termine rivoluzione o sollevazione rivoluzionaria non è del tutto fuori luogo: è la rivoluzione culturale cinese degli anni 1966-’67. Forse stupirà sapere che da sessanta anni a questa parte in nessun altro posto nel mondo si è discusso tanto, tra operai, della Comune di Parigi (“il modello della Comune di Parigi”), della Critica al programma di Gotha, di Stato e rivoluzione, etc., come nella Shanghai e in altre città industriali della Cina del 1966 – 1967. Ancora una volta: l’internazionalismo… Ancora una generazione più tardi, durante la sollevazione di Piazza Tien Anmen, studentesca e operaia (due componenti, però, non coincidenti di quella sollevazione), l’Internazionale è stata l’inno del movimento, cantato anche durante recenti proteste di studenti e lavoratori.

L’immancabile ripresa dello scontro di classe e del movimento proletario ha un bisogno vitale di “riscoprire”, “recuperare”, assimilare, rivivere la grandissima storia di lotta del proletariato mondiale. Una storia intessuta, illuminata, dalla metà dell’800 in poi, dalla dottrina marxista. Una storia lunghissima punteggiata di innumerevoli rivolte e scontri parziali. Una storia di rivoluzioni tentate e vittoriose, la Comune di Parigi del 1871 e l’Ottobre russo del 1917, che hanno fatto epoca. E continuano a farla molto tempo dopo la loro sconfitta perché hanno mostrato di quali straordinarie innovazioni nei rapporti sociali siano capaci la classe lavoratrice e il suo partito, una volta al potere. La storia delle tre Internazionali che tra il 1864 e il 1919 hanno tracciato il cammino per le future generazioni di lavoratori e di comunisti, portando sulla scena della storia mondiale, da protagonista, la massa dei lavoratori comuni, gli “schiavi nati per esser schiavi”. Una storia in cui è scritta a caratteri indelebili la critica materialista, onnilaterale del capitalismo. Della sua economia, della sua politica, della sua cultura, delle sue forze armate, della sua scienza, della sua arte, del dominio della merce su tutti gli ambiti della vita sociale e personale. La critica corrosiva, rivoluzionaria, internazionalista di ogni forma di oppressione. Inclusa – sempre più – quella esercitata sulla natura non umana.

Entro questo percorso tormentato (a differenza della borghesia, per arrivare al potere, il proletariato non può avvalersi di alcun potere economico conquistato all’interno della società capitalistica), la forza potenziale del proletariato internazionale si è letteralmente ingigantita. Tanto per dare un po’ di concretezza a questa affermazione: dal 1965 ad oggi la forza-lavoro mondiale è cresciuta di 2,5 volte. Supera oggi i 3,6 miliardi di addetti (il 40% donne, il 60% uomini). Poco meno di un miliardo sono gli occupati in agricoltura, 900 milioni nell’industria, 1 miliardo 800 milioni nei servizi (o industria dei servizi), circa 200 milioni i disoccupati (ufficiali). I lavoratori salariati sono stimati dall’ILO a oltre 1,8 miliardi, il 52% dei 3,5 miliardi di occupati. In un quadro di rapida espansione mondiale dei rapporti salariali (nel 1991 i salariati erano 1 miliardo, nel 2000 erano ancora solo il 45% del totale degli occupati;), resta uno scarto notevole tra le nazioni a più antico sviluppo capitalistico, le imperialiste in testa, e vastissime aree del Sud del mondo. In queste ultime, però, la grandissima parte dei non-salariati è costituita da contadini sempre più oggetto di sottomissione reale alle transnazionali dell’agribusiness, di cui stanno diventando dei salariati di fatto anche senza avere un rapporto di dipendenza formale da esse. A scala planetaria, soprattutto nei continenti di colore, è in corso un arrembante processo di espropriazione e colonizzazione delle terre così intenso, che sta riuscendo ad assottigliare ulteriormente perfino la smilza popolazione contadina dei paesi ricchi.

Poi, benché sia un’esagerazione e un errore parlare di scomparsa dei “ceti medi” (che sono invece in forte espansione nei paesi emergenti), da diversi decenni nei paesi occidentali, a cominciare dagli Usa, gli strati salariati delle classi medie conoscono un processo di (incompiuta) proletarizzazione, con la perdita di privilegi e di prestigio per effetto tanto della rivoluzione elettronica che della “rivoluzione” neo-liberista. Su scala planetaria i processi intrecciati di salarizzazione e proletarizzazione del mondo del lavoro rispecchiano la riduzione progressiva dei piccoli produttori indipendenti e la loro crescente sottomissione alle mega-concentrazioni di capitale.

Lo stesso proletariato dell’Occidente, che specie nel secondo dopoguerra aveva messo un piede nei “paradisi” dei consumi di massa, dei diritti e delle istituzioni borghesi, in qualche misura de-proletarizzandosi, sta conoscendo uno strisciante processo di ri-proletarizzazione. Nell’accesso al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla sanità, alle libertà sindacali, alla vita politica i lavoratori occidentali sono oggi –se mi si passa la espressione- più proletari, più privi di riserve, più strutturalmente precari, più ai margini delle istituzioni, di quanto fossero ieri. E la grande estensione del lavoro di cura salariato segna, per le donne salariate, perfino un mezzo ritorno all’indietro a forme di lavoro “servile”.

A differenza, quindi, di tutte le grandi crisi del passato, inclusa la crisi rivoluzionaria degli anni 1917-1927, abbiamo oggi un forte e mondialmente espanso nucleo di 600-700 milioni di operai dell’industria intorno a cui si addensa (sempre più concentrato nelle aree urbane) un esercito sterminato di altri proletari, salariati, semi-proletari, e di strati sociali in via di proletarizzazione, che attraversa longitudinalmente tutti i rami dell’attività sociale. La forza fisica del proletariato non è mai stata così grande. Questa nuova situazione mette i proletari più coscienti nelle condizioni “pratiche” migliori per acquisire una “conoscenza esatta dei rapporti reciproci di tutte le classi della società contemporanea”, e per reagire, come Lenin esigeva, “contro ogni abuso, contro ogni manifestazione dell’arbitrio e dell’oppressione, della violenza, della soperchieria, qualunque sia la classe che ne è colpita” da un punto di vista di classe, comunista, “e non da un punto di vista qualsiasi” [i corsivi sono di L.]. Come vedete, tornano, con altre parole, alcuni dei tratti caratteristici del Manifesto.

Per quel che riguarda specificamente l’internazionalismo proletario, indichiamo qui soltanto due nodi da affrontare e sciogliere per il nuovo partito della classe, e con cui si debbono già oggi cimentare i rivoluzionari internazionalisti degni di questo nome. Due nodi talmente legati tra loro che si possono considerare uno solo.

Il primo nodo riguarda la divisione, la distanza tanto materiale quanto psicologica tra proletariato del Nord e proletariato del Sud del mondo. Per quanto sia in atto da decenni un processo di graduale “sudizzazione” di una quota sempre più ampia del proletariato del Nord; per quanto il miglioramento delle condizioni medie di esistenza (meno di quelle di lavoro) del proletariato di un certo numero di paesi del Sud del mondo, specie di quelli in cui la rivoluzione anti-coloniale è andata più a fondo, sia un dato di fatto; le distanze restano ancora ampie. Lo sono anche sul piano della psicologia sociale. I lavoratori dei paesi emergenti del Sud arrivano a questa svolta alquanto su di giri. Sia perché non sono ancora tanto lontane le loro rivoluzioni anti-coloniali, cui molto hanno contribuito e nelle quali i loro popoli si sono drizzati in piedi; sia per la loro età giovane; sia perché hanno dentro la speranza, non ancora divenuta secca, di raggiungere le condizioni di esistenza dei lavoratori del Nord, speranza che può concretizzarsi solo attraverso la erosione di spazi di mercato prima occupati dall’Occidente da parte delle imprese di questi paesi, e di forti lotte da parte dei lavoratori.

I lavoratori occidentali, invece, arrivano a questa svolta storica alquanto pessimisti, impauriti, se non incattiviti verso i propri fratelli di classe del Sud del mondo. In assenza di un’organizzazione internazionale e internazionalista intenta a tessere le fila tra il “vecchio” e il nuovo proletariato, tra gli sfruttati e i super-sfruttati; in presenza, al contrario, di organizzazioni politiche e sindacali fortemente segnate dalla adesione e dalla fedeltà ai rispettivi capitalismi nazionali (imperialisti), era inevitabile che si diffondessero tra i lavoratori occidentali, nell’era del turbo-capitalismo, sentimenti, pregiudizi, posizioni ostili verso i proletari dei continenti di colore, visti come dei concorrenti sleali che “ci” rubano il lavoro, “ci” rovinano perché accettano condizioni che “noi” non avremmo mai accettato (vedi delocalizzazioni), e perciò da trattare come avversari pericolosi. Era inevitabile nascessero nuove forze borghesi di destra “sociale” pronte a cogliere e capitalizzare i frutti del nazionalismo “operaio” e “progressista” seminato lungo tutto il ventesimo secolo dalle socialdemocrazie e dallo stalinismo. Ed è puntualmente accaduto con i vari Le Pen, Bossi, Haider, Weidel e così via, e la consistente “affiliazione” operaia ai loro movimenti, e oggi con le scimmiottature da sinistra di simili bestie. Un terreno di intervento fondamentale.

Il secondo nodo, strettamente legato a questo, è quello del rapporto tra lavoratori autoctoni e immigrati qui, e in tutti i paesi occidentali e in misura crescente in alcuni emergenti (vedi Golfo, ma non solo). L’avvento di Trump alla Casa Bianca rilancia su scala globale una delle carte più sperimentate che i capitalisti e i governi euro-atlantici hanno in mano: deviare contro gli immigrati la rabbia dei lavoratori occidentali, rinfocolando la tragica illusione che i proletari occidentali possano parare i colpi della crisi collaborando con i “propri” capitalisti, governi, stati per scaricarli sui fratelli di classe dell’Est e del Sud del mondo. Ma questi ultimi non accetteranno passivamente di diventare gli agnelli sacrificali. Non lo fecero neanche quando, secoli fa, i rapporti di forza con le forze del proto-capitalismo europeo erano sbilanciati nettamente a loro sfavore. Non lo faranno oggi. E questa volta più che nel passato sarà vero che, collaborando a schiacciare i popoli e i proletari dell’Est e del Sud del mondo, i lavoratori occidentali collaboreranno a schiacciare se stessi, a riservare a sé un destino di arretramenti e impoverimento. Sta a noi e ai rivoluzionari internazionalisti di tutto il mondo lavorare a che ci sia, invece di una tragedia, il lieto fine.

Concentrare qui la nostra attenzione su questi due nodi che ci si impongono con una urgenza tutta particolare nella nostra iniziativa politica, non comporta affatto che riteniamo senza peso politico – ad esempio – la questione contadina. Tutt’altro. Siamo ben consapevoli che in tanti paesi di Africa, Asia e America del Sud esiste tuttora una enorme popolazione contadina povera nelle campagne vessata dal capitale globale che ormai ha sottomesso a sé l’intera produzione agricola mondiale, ma che non per questo possiamo considerare alla stregua di braccianti; spossessata, ma che non per questo ha rinunciato al sogno di accedere ad un pezzo di terra di proprietà. Così come abbiamo presente che esiste tuttora, in questi paesi, una questione “indigena” che non si riduce alla semplice questione degli indios latino-americani. Nelle campagne del mondo c’è di sicuro un potenziale rivoluzionario non trascurabile, su cui dovremo studiare e ragionare, convinti come siamo che la lotta di classe non è affatto riducibile ai contesti urbani, né al solo antagonismo oggettivo capitale-proletariato. Pensiamo pure alle tante, spesso eroiche, lotte contro la devastazione ambientale che avvengono per lo più nelle campagne del Sud del mondo e che ogni anno vedono l’assassinio di centinaia di militanti che forse è riduttivo definire “ambientalisti”. Nessun operaismo, almeno nessun operaismo intenzionale; benché dobbiamo sapere sempre diffidare del fatto che l’essere in un paese imperialista occidentale, per quanti antidoti vogliamo mettere in atto, in ogni caso ci condiziona. Se in questo testo facciamo solo questo fugace accenno a ciò, è perché riconosciamo come dato di fatto un nostro ritardo in materia, da colmare. Lo sviluppo, assai probabile, dei nostri rapporti con le varie organizzazioni di paesi del Sud del mondo aderenti al Fronte unito anti-imperialista contro il fascismo, la guerra e il disastro ambientale, ci solleciterà in questa direzione.

Per concludere, ha scritto Trotsky: “gli uomini non fanno la rivoluzione più volentieri di quanto non facciano la guerra”. Si può dire la stessa cosa per le grandi battaglie che un’era di crisi/guerre/catastrofi ecologiche/rivoluzioni annuncia. I lavoratori e le lavoratrici del Nord e del Sud del mondo vi sono tirati/e per i capelli. Vorrebbero evitarle, ma non potranno. A meno di accettare di essere travolti/e dalla valanga. Gli piaccia o meno sono obbligati/e alla lotta quale unica arma di difesa. Sono chiamati/e, nella lotta e attraverso di essa, ad erigere argini difensivi, in primo luogo a mettersi di traverso alla corsa verso una nuova guerra mondiale. E affrontare una serie di nodi politici e di politica internazionale (ricordate l’espressione di Marx?) che li spingerà a sganciarsi dalle rispettive borghesie, a ritrovare la propria completa autonomia, se non vorranno farsi travolgere in una comune rovina con i propri nemici di classe. Non si tratta, però, di una mera, “equa” ripartizione della ricchezza prodotta. La tendenza alla guerra, come abbiamo più volte sostenuto insieme, sovradetermina ormai tutto. Non solo nella politica internazionale, anche in quella dei singoli paesi. La posta in gioco è la più alta di sempre.

Nel vivo di questo inevitabile scontro di classe (e di stati), dobbiamo lavorare per la nascita di nuovo movimento proletario che sia composto realmente di proletari di tutte le razze e di tutti i colori, effettivamente mondiale, nel quale si intrecceranno più strettamente che mai la lotta di classe delle metropoli e la spinta anti-imperialista delle “periferie”. Composto – finalmente! – di sfruttate non meno che di sfruttati, nel quale si fonderanno la lotta contro l’oppressione nei luoghi di lavoro con la lotta contro ogni altra forma di oppressione apparentemente ‘secondaria’. Un movimento in cui sarà raccorciata più che mai la distanza tra l’auto-attività delle masse lavoratrici e l’attività di partito, la pratica anti-capitalista e la dottrina comunista. Un movimento teso a riconquistare l’integralità del programma comunista e la sua natura internazionalista.

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Negli ultimi tre anni, e soprattutto negli ultimi mesi, abbiamo compiuto i primi passi in questa direzione, con la nostra partecipazione attiva, e in diversi casi con ruolo di promotori, a iniziative internazionali con alcune organizzazioni con le quali abbiamo condiviso la posizione disfattista nei confronti della guerra in Ucraina e l’opposizione ad entrambi i campi belligeranti, per la formazione di un campo internazionalista proletario. È stata nostra l’iniziativa della giornata internazionale di mobilitazione del 24 febbraio 2024 (secondo anniversario della guerra), che ha avuto riscontri in una ventina di paesi (in Italia si è fusa con la manifestazione nazionale di Milano a fianco della resistenza palestinese).

Abbiamo constatato come la guerra in Ucraina abbia diviso le varie famiglie politiche che si richiamano al movimento rivoluzionario sia marxista che anarchico in sostenitori dell’Ucraina (e conseguentemente al carro del fronte NATO), “campisti” filo-russi, e disfattisti internazionalisti, provocando un rimescolamento politico tra le varie correnti.

Nella nostra iniziativa abbiamo posto in primo piano la convergenza sulle questioni politiche di fondo, superando gli steccati delle “famiglie politiche” o delle tradizioni ideologiche. È così che da più di un paio di anni stiamo lavorando insieme al Partido Obrero argentino, di tradizione trotzkista, al SEP turco, che si richiama al trotzkismo, a Liberazione Comunista (ex NAR) della Grecia che, nata molti anni fa da una scissione del KKE, non si riferisce ad una specifica tradizione dell’antistalinismo, e al MLPD, di tradizione maoista. Il fatto che organizzazioni provenienti da “famiglie” storicamente contrapposte abbiano accettato di coordinarsi senza atteggiamenti settari è di per sé un fatto nuovo e un risultato importante.

C’è molto da lavorare in questa direzione, perché il numero delle organizzazioni con le quali vi è convergenza di posizioni politiche è molto più ampio, e in buona parte ancora da scoprire. Tra queste, abbiamo già stretto rapporti come TIR con la turca Marksist Tutum (Azione Comunista), che non appartiene ad alcuna corrente specifica del marxismo, e ha costituito una organizzazione proletaria di massa, UID-DER, con una significativa presenza tra le avanguardie operaie e in diverse città della Turchia. UID-DER ha condiviso il nostro appello per il 24 febbraio 2024 con iniziative in varie città durante la settimana, che hanno coinvolto centinaia di persone, rispettando tuttavia criteri di “riservatezza” per non prestare il fianco alla repressione.

In Giappone abbiamo preso recentemente contatto con la Japan Revolutionary Communist League – National Committee, una organizzazione che risale alla fine degli anni 1950, derivante da una scissione del PC giapponese dopo l’invasione russa contro la sollevazione ungherese del 1956, che alla fine degli anni ’60–primi anni ’70 ha svolto un ruolo egemone nel movimento studentesco giapponese Zengakuren ed ha successivamente subito pesanti attacchi repressivi. Dopo una fase in cui in esso sono prevalse tendenze avventuriste, da tre decenni sta conducendo un importante lavoro di organizzazione e propaganda, centrato sull’opposizione al riarmo giapponese e alla preparazione della guerra contro la Cina da parte dell’imperialismo giapponese in alleanza con l’imperialismo americano. Questa campagna, soprattutto nell’ultimo anno, sta raccogliendo adesioni nel nuovo movimento studentesco.  (…)

Con il PO e JRCL rimangono differenze di analisi soprattutto su Russia e Cina, e dovremo lavorare anche sul piano della teoria per evitare che tali differenze possano tradursi in posizioni differenti di fronte a nuovi scenari.

La guerra su Gaza ha visto una convergenza di fondo nel sostegno alla resistenza palestinese, e una presa di distanza da ogni illusione di soluzione “campista” della questione palestinese.

Il trumpismo, con il mutato atteggiamento USA nei confronti di Russia, Ucraina ed Europa, muta i campi di forze ma non comporta problemi di schieramento a chi come noi ha preso una posizione disfattista contro entrambi i campi. L’Europa viene oggi a trovarsi in un epicentro delle tensioni internazionali, e la scelta riarmista rappresenta una sfida alla nostra capacità di condurre un’opposizione che vada oltre la propaganda – come abbiamo già cominciato a fare con efficacia nella promozione e direzione dell’attività della Rete contro il DDL ex-1660. Il fatto di essere parte di una rete internazionale, e non una voce nel deserto, dà più forza alla prospettiva e alla battaglia che proponiamo, innanzitutto contro il riarmo del governo italiano, e contro ogni politica di intervento militare; contro il sovranismo nazionalista come contro l’europeismo imperialista.

Tra le organizzazioni con cui stiamo percorrendo un percorso comune, il PO è senza dubbio quella con la maggiore influenza di massa, forte anche di oltre 60 anni di attività sotto condizioni politiche fortemente mutanti (dalla democrazia parlamentare alla dittatura militare, dal peronismo al mileismo). Da una maggiore conoscenza delle loro esperienze organizzative e dei loro metodi di organizzazione interna e di attività esterna possono venirci preziosi consigli (da vagliare attentamente, si capisce) su come procedere, riducendo i tempi di apprendimento tramite trial and error (prova, sbaglia e correggiti). Anche l’MLPD e la JRCL hanno certamente una pluridecennale esperienza organizzativa, e nelle iniziative da essi organizzate hanno mostrato capacità organizzative invidiabili, in parte mutuate dallo stalinismo, il quale a sua volta ha adattato i criteri bolscevichi alle esigenze del partito del centralismo capital-statale – anche se va detto che la versione maoista ha recuperato, pur con violente oscillazioni, un maggior ruolo alla base dei militanti. Sarà quindi utile, nella definizione sia della nostra struttura organizzativa che nella strutturazione della nostra attività esterna, studiare e confrontarci non solo sull’evoluzione delle posizioni politiche delle organizzazioni con le quali ci rapportiamo, ma anche con le loro non meno importanti esperienze organizzative. Nella lotta politica non vince chi “ha ragione”, ma chi sa tradurre la propria ragione in forza organizzata.

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