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Resistenza e lotte negli Stati Uniti – UFCLP (Comitato di Fronte unico per un partito dei lavoratori)

Proseguiamo nella pubblicazione dei documenti presentati alla Conferenza internazionalista di Atene, traducendo l’ordine del giorno redatto dall’UFCLP – Comitato di Fronte unico per un partito dei lavoratori. (Red.)

Il declino degli Stati Uniti sta accelerando. La guerra in Iran ha gravemente danneggiato l’immagine di un’onnipotenza americana considerata fino a ieri indiscutibile, tanto agli occhi degli alleati e dei nemici quanto a quelli dei popoli di tutto il mondo. È ormai evidente che gli Stati Uniti non sono più in grado di raggiungere i propri obiettivi senza incontrare una significativa resistenza e subire persino contraccolpi. La nuova Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti ammette, in modo piuttosto sintetico, la perdita del primato globale americano nella sua forma precedente.

Tuttavia, si sbaglia chi ipotizza che Washington stia abbandonando i propri piani contro la Cina e l’Europa, o che stia rinunciando all’escalation militare per ritirarsi esclusivamente nel proprio “cortile di casa”. L’interventismo statunitense rimane brutale in tutto il pianeta e si manifesta con ingerenze in Medio Oriente, in America Latina e con dispiegamenti militari nel Pacifico e nel Mar Cinese Meridionale, tra le molte altre regioni.

Di fronte all’offensiva militare in cui l’imperialismo statunitense è attualmente impegnato, noi non siamo neutrali. Sosteniamo le nazioni oppresse e la loro giusta lotta contro qualsiasi interferenza imperialista. La natura reazionaria, oscurantista e profondamente antioperaia del regime degli Ayatollah in Iran non ci fa perdere di vista un fatto centrale: la sconfitta dell’imperialismo statunitense, sostenuto dall’Unione Europea e da altri Stati, rappresenta uno sviluppo positivo per i lavoratori di tutto il mondo che cercano di liberarsi da questo giogo in ogni angolo del globo.

Questo declino non può essere interpretato solo in termini militari e geopolitici. Occorre considerare anche il “fattore interno”, ossia l’evoluzione stessa del capitalismo statunitense, di cui Trump costituisce il risultato e non la causa. L’indebolimento della sua posizione negli equilibri di potere globali affonda le radici nella crisi strutturale del sistema capitalista, dovuta sia a fattori interni sia all’ascesa di altre economie capitaliste. L’era della supremazia economica e militare incontrastata del capitalismo americano sta giungendo al termine. Ciò non significa che gli Stati Uniti siano già in ginocchio. Il Paese possiede ancora il potere del dollaro, nonostante questo stia perdendo terreno come valuta predominante nel mondo, e dispone della macchina militare più potente della storia mondiale, con una spesa per la difesa tre volte superiore a quella della Cina.

Di fronte a questa situazione, le masse iniziano a insorgere. Negli Stati Uniti sono emersi vari movimenti radicali, sebbene questi vengano generalmente cooptati da forze che operano all’interno del quadro capitalista e del sistema politico bipartisan repubblicano-democratico. Ci riferiamo alle proteste di massa all’insegna dello slogan “No Kings”, agli scioperi in Minnesota, alla crescita dell’organizzazione sindacale, alla resistenza contro l’ICE (l’agenzia per il controllo dell’immigrazione) e contro le forze di stampo fascista, nonché all’affermazione di candidati e leader legati a fazioni di sinistra o socialdemocratiche, come i membri del DSA a New York e in molte altre città. Questo fenomeno si combina con un forte attivismo tra i giovani, i lavoratori e, in larga misura, gli immigranti, i quali iniziano a trarre conclusioni fondamentali. È il caso delle lotte e dell’attivismo a Seattle, Oakland e in molti altri centri urbani, dove la critica ai due grandi partiti si sta diffondendo a causa del loro finanziamento ai genocidi, delle spese militari e del sostegno al capitale, aprendo gradualmente la strada alla nascita di un’organizzazione rivoluzionaria della classe operaia nel cuore stesso del capitalismo.

Negli Stati Uniti cresce la resistenza contro gli attacchi dell’ICE ai danni degli immigrati e contro i tecno-fascisti, con proteste rivolte contro Elon Musk che includono una crescente opposizione all’intelligenza artificiale. La mobilitazione di massa a Minneapolis [nella foto un momento di questa mobilitazione – n.], che ha visto scendere in campo importanti settori dei sindacati e delle comunità per organizzarsi contro i raid terroristici dell’ICE, ha rappresentato un segnale importante di resistenza di massa. Sebbene non abbia portato a uno sciopero generale, ha mostrato il potenziale dell’azione di massa della classe operaia. Al contempo, si registra un attacco frontale alla rappresentanza della popolazione nera e la ri-segregazione del Sud. Diventa quindi necessaria una mobilitazione nazionale contro questi attacchi, capace di raccogliere l’intera classe operaia e tutti i sindacati.

Le vittorie del DSA a New York e in altre città dimostrano che ampi settori sono stanchi delle politiche della dirigenza del Partito Democratico. Tuttavia, la leadership nazionale del DSA persegue una via pacifica al socialismo e non sta preparando i lavoratori ad affrontare l’eventuale legge marziale e gli attacchi organizzati al diritto di voto democratico tramite l’azione di classe. Allo stesso tempo, la burocrazia sindacale filo-capitalista e filo-imperialista costituisce un grave ostacolo per far avanzare questa lotta.

L’inflazione galoppante, la bolla tecnologica e la massiccia espansione delle guerre in Iran e in altri paesi del mondo non possono essere fermate dai Democratici; possono essere contrastate solo dal movimento per uno sciopero generale e dalla formazione di un partito operaio democratico di massa.

L’ascesa del fascismo e la presa diretta dello Stato capitalista da parte dei tecno-fascisti rappresentano un nuovo sviluppo storico della crisi del capitalismo statunitense. Per questo motivo è indispensabile un fronte unito di massa della classe operaia per difendere i diritti democratici e per portare avanti un programma operaio basato sulla sanità pubblica nazionale, sul controllo pubblico dell’energia, degli alloggi, dei servizi essenziali e del sistema bancario.

Spetta alla classe operaia, su scala globale, contrastare frontalmente il ruolo dei fascisti statunitensi, che detengono il controllo dello Stato e lo utilizzano per spingere verso la militarizzazione globale, intervenendo direttamente a sostegno dei movimenti di destra e fascisti in tutto il mondo.

Resistance and struggles in the USA 

The US decline is accelerating. The war in Iran has seriously damaged the image of unquestioned US omnipotence, in the eyes of its allies and enemies and of the peoples around the world. It is obvious that the US are no longer able to achieve their goals without facing meaningful resistance, even blowbacks. The new U.S. National Defense Strategy, in a rather concise manner, acknowledges the loss of American global dominance in its previous form.

However, those who suggest that Washington is abandoning its plans against China and Europe, as well as its military escalation, in order to confine itself to its ‘backyard’, are mistaken.

US interventionism is brutal across the globe, meddling in the Middle East, Latin America, and in its military deployments in the Pacific and the South China Sea, amongst many other regions. In the military offensive in which US imperialism is currently engaged, we are not neutral. We stand with the oppressed nations and their just struggle against any imperialist interference. The reactionary, obscurantist and deeply anti-worker nature of the Ayatollah regime in Iran does not make us lose sight of the fact that the defeat of US imperialism, with the support of the European Union and other states, represents a positive development for workers across the world who seek to free themselves from its yoke in every corner of the globe.

The decline can’t be understood solely in military and geopolitical terms. We must take also into account the «internal factor», namely the evolution of the US capitalism itself – of which Trump is the result and not the cause. The weakening of its position in the global balance of power is rooted in the structural crisis of the capitalist system, owing both to internal factors and to the rise of other capitalist economies. The era of the uncontested economic and military supremacy of the American capitalism is coming to its end. This does not mean that the US has already been brought to its knees. It still possesses the power of the dollar, despite losing  ground as predominant  currency in the world. It has the most powerful military machine in world history, with military spending three times greater than China’s.

Faced with this situation, the people are beginning to rise up. In the United States, various radical movements have emerged, although these are generally co-opted by forces that operate within the capitalist framework and the Republican-Democrat political system. We are referring to the mass protests under the slogan ‘No Kings’, strikes in Minnesota, the growth of trade union organisation, resistance against ICE and fascist-like forces, and the rise of candidates and leaders associated with left-leaning or social-democratic factions, such as those of the DSA in New York and in so many other cities. This phenomenon is combined with strong activism amongst young people, workers and, to a large extent, migrants, who are beginning to draw fundamental conclusions. This is the case with the struggles and activism in Seattle, Oakland and so many other urban centres where criticism of the two major parties is spreading due to their funding of genocide, military spending and the propping up of capital, gradually paving the way for the emergence of a revolutionary organisation of the working class at the very heart of capitalism.

There is growing resistance in the United States to the ICE attacks on immigrants and against the techno fascists with protests against Musk including the growing opposition to AI. The mass mobilization in Minneapolis included important sections of the unions and community to organize against the ICE terror raids was an important sign of mass resistance. It did not lead to a general strike but it showed the potential of mass working class action. At the same time there has been a frontal attack on Black representation and the resegregation of the South. There needs to be national mobilizations against these attacks rallying the entire working class and all unions.

The DSA victories in New York and other cities show that many are fed up with the policies of the Democratic Party leadership however the DSA national leadership see a peaceful road to socialism and are not preparing for martial law and organized attacks on the democratic right to vote by workers action. At the same time the pro capital and pro imperialist trade union bureaucracy is a major obstacle to taking this struggle forward.

The growing inflation, tech bubble and massive expansion in the wars on Iran and other countries around the world cannot be stopped by Democrats but only be confronted by the movement for a general strike and the formation of a mass democratic workers party.

The rise of fascism and the direct capture of the capitalist state by the techno fascists is a new historic development of the crisis of US capitalism and there must be a mass working class united front to defend democratic rights and also for a working class program for national healthcare, public control of energy, housing, utilities and banking.

The role of US fascists who have state control and are using it to push for militarization globally and who are  intervening directly  in supporting rightwing and fascist movements around the world must be challenged globally by the working class.

UFCLP
Resistenza e lotte negli Stati Uniti

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