(Montemiletto, 1887 – Milano, 1944), cappellaio
Trasferitosi a Torino dall’Irpinia, fu tra i fondatori della sezione comunista del capoluogo piemontese dopo la scissione di Livorno. Negli anni Trenta fece attività clandestina, in particolare alla Barriera di Milano.
Dopo l’8 settembre 1943, assieme a Pasquale Rainone “Marco”, Antonio Micheletti “Natale”, Mario Arnò, Luigi Cavallo e altri, Vaccarella fondò il Partito Comunista Integrale – Stella Rossa. Il gruppo si diffuse con largo seguito nelle fabbriche torinesi; secondo lo storico Raimondo Luraghi alla Fiat contava più di duemila aderenti regolari. Stella Rossa costituì formazioni partigiane che operavano in Piemonte.
Scrive Peregalli:
“Stella Rossa era un movimento accesamente stalinista e pensava che Stalin avrebbe appoggiato la classe operaia italiana per compiere la rivoluzione. Credeva inoltre di rappresentare il vero braccio armato e politico dello stalinismo in Italia e sosteneva che Togliatti non interpretava correttamente le direttive di Stalin.
La polemica con il Pci fu diretta e violenta ed esso venne accusato di prestarsi al gioco della borghesia la quale aveva “gettato la camicia nera” per continuare a ingannare e sottomettere la classe operaia. Gli integralisti sostenevano che, praticando la politica di unità nazionale, il partito di Togliatti tradisse la classe operaia rafforzando di fatto il potere borghese. Pertanto, era necessario scindere gli interessi dei lavoratori da quelli espressi dalle forze democratiche raggruppate nel Comitato di Liberazione Nazionale. Vi era quindi un netto rifiuto di qualsiasi attività politica di tipo frontista.
Il Partito Comunista Integrale era violentemente antinazista e antifascista: si strutturò in bande armate e creò anche alcune brigate partigiane sulle montagne piemontesi. La lotta al nazifascismo era interpretata come il primo momento della rivoluzione socialista: una volta battuti i fascisti, i conti avrebbero dovuti essere regolati con la borghesia italiana”.
La reazione del PCI fu spietata. Vaccarella fu accusato di rapporti con l’OVRA e di essere agente al servizio della Gestapo dal foglio stalinista torinese «Il Grido di Spartaco» (Diffide, 25 novembre 1943). Alle false accuse s’affiancò la delazione: Vaccarella sfuggì ai fascisti, avvisati sul suo domicilio di corso Giulio Cesare 54 da una misteriosa telefonata.
“Dopo aver inutilmente cercato di narcotizzare (è il loro mestiere) la nostra attività con blande proposte di pace tra essi centristi e noi comunisti integrali, hanno inutilmente cercato di farci arrestare a mezzo della delazione… telefonata. Questi mestieranti, e qui l’accusa è precisa perché alcuni dirigenti centristi traggono dalle collette operaie e dalla combine cogli industriali il mezzo di assegnarsi varii biglietti da mille come stipendio mensile, questi mestieranti dicevamo non hanno potuto fare a meno di copiarci in un giornale sedicente comunista piemontese. (E’ strano che solo loro, e non l’Unità, cercano di diffamarci!)”. [«Stella Rossa», gennaio 1944]
Vaccarella attaccò la politica del PCI e cercò di contattare gli altri raggruppamenti dissidenti. Col PCInt torinese vi furono almeno due incontri che non portarono frutti, in quanto gli internazionalisti non accettavano la linea filostalinista di Rainone, mentre gli integralisti non accettavano la non-partecipazione degli internazionalisti (pur con valorose eccezioni come quelle di Graziano e Serena) alla lotta partigiana; per il resto Vaccarella era considerato affine agli internazionalisti in quanto “bordighiano”. Gli internazionalisti chiesero poi che per le successive riunioni Cavallo fosse sostituito da uno “meno di destra” (il gappista Cavallo fu poi giornalista de «L’Unità» fino al 1949, quando ruppe col PCI e si trasferì negli Stati Uniti; nel 1953 fodò il movimento Pace e Libertà con Edgardo Sogno).
L’assassinio di Vaccarella
Grazie al socialista Lelio Basso del “MUP-Bandiera Rossa”, Vaccarella riuscì a mettersi in contatto col gruppo de «Il Lavoratore» dei fratelli Venegoni, altra organizzazione dissidente alla sinistra del PCI che operava nell’Altomilanese. Recatosi a Milano una prima volta il 12 giugno 1944, l’incontro saltò. Una settimana dopo ebbe luogo l’incontro al Parco Solari (secondo alcune fonti al Parco Sempione). Vaccarella era accompagnato probabilmente dall’integralista “Mazzini”. Carlo Venegoni era convinto di trovarsi di fronte a una spia, secondo le calunnie messe in circolazione da chi aveva interesse a far fuori Vaccarella. Così descrisse l’episodio:
“LA STELLA ROSSA
I due rappresentanti venuti a Milano erano assai contrastanti. Il primo un tipo di meridionale anziano, dallo sguardo ambiguo, dall’aspetto caratteristico di chi è sempre vissuto di espedienti; la parola facile e l’aria sorniona, il discorso infiorato di frasi fatte e di complimenti.
L’altro un operaio piemontese sopra i quaranta quadrato e taciturno, ma con la tendenza ad arrivare al sodo e a concludere.
Fin dal primo incontro nacque in me qualche sospetto. L’orecchio esercitato percepiva nel vaniloquio dell’elemento dominante una grave stonatura che aveva qualche cosa di losco e di ripugnante.
Messo sull’avviso da ciò, decisi di andare fino in fondo e di fare ogni sforzo per mettere in chiaro la faccenda. Rinnovai così il colloquio; cercai di farli parlare lungamente sul loro indirizzo politico, sulla loro organizzazione, sulla loro attività e notai così i primi moti di sorpresa dell’elemento operaio, che ritengo in buona fede, di fronte a certe affermazioni dell’”intellettuale”.
Ma durante la lunga conversazione notai ben altro. Le tirate ideologiche del tizio avevano tutto il sapore di una lezione affrettata male appresa. Certe mie domande apparentemente innocenti sui sistemi cospirativi applicati da loro, avevano provocato un certo imbarazzo che inutilmente egli cercava di nascondere con la sua loquela da meridionale. A poco a poco mi convinsi di aver di fronte un provocatore o una spia; ma mi occorreva una prova, che desse la certezza oltre che a me, anche agli altri presenti (l’operaio torinese e una compagna).
E venne anche questa: facendomi una specie di elenco degli elementi dirigenti del movimento, il tizio mi accennò fra tanti altri a un certo Zanvercelli, ex socialista, noto agente provocatore che fin dal ’27 aveva provocato l’arresto di tanti compagni a Torino e fra gli altri anche del sottoscritto. Lo interrogai sui rapporti con costui ed avuta la conferma che fosse un po’ il suo braccio destro, svelai bruscamente chi era costui.
All’improvviso attacco il tizio perse le staffe. Cercò dapprima di attenuare le sue affermazioni precedenti sull’intimità dei suoi rapporti col Zanvercelli, provocando le proteste dell’operaio torinese che confermava ed aggravava le sue precedenti dichiarazioni.
Il tizio improvvisamente si accasciò e fu come se un velo fosse tolto davanti agli occhi dell’operaio torinese che per la prima volta si accorgeva della fogna nella quale era cascato. Separato con un pretesto dal suo “capo” egli dichiarava alla compagna che era ormai certo che aveva a che fare con un poliziotto e la pregava di dargli ricovero per la notte perché era convinto che se si fosse recato a dormire nella medesima camera d’albergo l’altro ormai smascherato l’avrebbe certamente ammazzato.
Questa è la parte essenziale della storia; il resto vi è noto”.
I giornali del 21 giugno riportarono la notizia (ripresa anni dopo dal «Candido», 5 settembre 1954):
“L’altra sera, alle 21,45, un soldato telefonò alla tenenza della G.N.R. di Sempione che un delitto era stato compiuto al Parco. Poco prima, passando per il viale Zola, da una coppia che si allontanava spaventata, egli infatti aveva appreso che tre individui avevano sparato sei colpi di rivoltella contro un uomo, che era caduto esanime, e si erano poi dati alla fuga. Accorsi al viale Zola i militi della tenenza trovarono il cadavere della vittima: il poveretto, raggiunto alle spalle da quattro dei sei colpi sparati, giaceva bocconi. In tasca aveva dei denari e una carta d’identità da cui si apprese che si trattava dell’agente di commercio Temistocle Vaccarella fu Luigi, di 57 anni, da Montemiletto (Avellino) e dimorante a Torino, in corso Giulio Cesare 54. Accanto al cadavere fu trovata una borsa con degli indumenti, segno che il Vaccarella era qui di passaggio. Il delitto, dal quale si può escludere il furto, è tuttora avvolto nel mistero. Parrebbe, dalle prime indagini, che il Vaccarella sia rimasto vittima di un agguato. Qualcuno con una missiva, gli avrebbe fissato un appuntamento a quell’ora tarda al Parco, in uno dei viali più appartati; ed ivi, ignaro, l’agente di commercio sarebbe caduto sotto i colpi sparatigli a bruciapelo alle spalle. Il cadavere è stato trasportato all’obitorio e le indagini continuano”.
Dal suo stesso racconto (peraltro pieno di giudizi verso un militante come Vaccarella quantomeno discutibili), si evince (“improvvisamente si accasciò”) che C. Venegoni assistette in prima persona all’assassinio: usato come esca per attirare Vaccarella nella trappola, se non autore materiale. Secondo alcune fonti quel giorno Vaccarella cadde crivellato da sei colpi di pistola alla nuca, secondo altre venne pugnalato. “Mazzini” tornò a Torino in stato di shock, ma senza avere subito danni tangibili.
Negli ambienti della dissidenza i metodi del PCI erano ben conosciuti. Un tassello fondamentale è la testimonianza di Laura Conti, collaboratrice in clandestinità di Lelio Basso (anche lui era nel mirino degli stalinisti), arrestata e rinchiusa nel lager di Bolzano, dove si trova di fronte colui (lo indica come “C.”) che sospetta essere l’esecutore materiale del delitto:
“quando arrivammo al lager di Bolzano con chi faccio conoscenza? Proprio con C., l’uomo del quale si diceva che avesse pugnalato «Stella Rossa» (Vaccarella) al parco! [..] Non volli lasciarmi sfuggire l’occasione di esplorare gli inquietanti misteri del PCI: senza dire apertamente a C. che lo sospettavo di avere lui stesso eseguito la sentenza, insistetti nel farmi dire coma mai i comunisti avevano tacciato Vaccarella di essere un agente della Gestapo, e lo avevano ucciso ben sapendo che erano tutte fandonie. Mi rispose con la teoria, che dovevo sentirmi ripetere tante volte negli anni successivi, delle verità oggettive e delle verità soggettive: «oggettivamente» Vaccarella sbagliava politica, «oggettivamente» aiutava i nazisti, quindi «oggettivamente» era un agente della Gestapo e bisognava eliminarlo; che «soggettivamente» non lo fosse non interessava a nessuno, non interessava alla Storia. Sicché mi fu chiaro quel che c’era dietro l’affare Tukacevski e dietro i processi di Mosca. Ne rimasi abbastanza turbata da rinunciare alla tessera del PCI e da scrivere a Lelio che mi considerasse iscritta al PSIUP”.
Non c’è molto da aggiungere se non che, una volta rimosso l’ostacolo Vaccarella, Stella Rossa confluì ben presto nel PCI, così come Il Lavoratore (con l’eccezione di Mauro).
ALESSANDRO PELLEGATTA
FONTI: [P. Secchia], Il sinistrismo maschera della Gestapo, «La Nostra Lotta» n. 6, dicembre 1943; diavoli-rossi.it; A. Peregalli, L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra; T. Rebora, Oltre il PCI: “Stella Rossa” e i gruppi dissidenti nella Resistenza italiana
Testimonianza di Carlo Venegoni: ISEC, Fondo Venegoni, Fascicolo Antifascismo e Resistenza (1924-1947). busta 2, fascicolo 63
Testimonianza di Laura Conti: Laura Conti a Stefano Merli, Milano, 1° settembre 1979, in S. Saggioro, Né con Truman né con Stalin, Colibrì, 2010
Le evidenziature nelle citazioni sono nostre


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