(Milano, 1893 – 1944), Operaio delle Officine Ferroviarie di Greco Milanese
Gappista della 140^ SAP, venne arrestato con altri operai all’indomani dell’attentato dei GAP Rubini al Deposito Locomotive di Greco del 24 giugno 1944, dove una squadra dei GAP (operai Guerra e Bottani, macchinisti Ottoboni e C.G.) aveva fatto esplodere cinque locomotive.
Il 15 di luglio tre degli arrestati, Siro Marzetti, Antonio Colombo e Carlo Mariani, furono prelevati da San Vittore e fucilati nell’officina dove erano state radunate le maestranze obbligare ad assistere alle esecuzioni.
Degli operai arrestati, Dario Borroni, Egidio Bosè, Rocco Gargano, Venanzio Gibillini e Mario Molteni vennero deportati nei campi di concentramento.
IL BOIA DI GRECO
Lo chiamavano “il Boia”, e mai nome fu così ben dato e tutti lo temevano.
Ugo Uggeri detto il Boia venne arrestato dalla Polizia Ausiliaria nel febbraio 1946. Ma chi era, il Boia?
Ugo Uggeri detto il Boia, milanese, classe 1924, di professione contadino, capelli e baffi nerissimi, fronte bassa. Fascista esaltato, conosciuto anche come “il Mostro della Caserma”, altro nome che ne esalta le virtù, quando lo arrestano è appena 21enne ma ha già alle spalle una serie di efferati omicidi. Durante la guerra era un milite della Guardia Nazionale Repubblicana (Gnr), e ben pochi dei suoi camerati avrebbero potuto rivendicare un pari livello di ferocia.
Il Boia viene arrestato in quel febbraio del ‘46 con l’accusa di aver assassinato il 19 marzo 1945 a Varese a sangue freddo un partigiano prigioniero, già disertore della Gnr, falciandolo con una raffica davanti ai suoi camerati attoniti.
Ma quella era stata solo l’ultima infamia del Boia: protagonista nei rastrellamenti di partigiani (in uno di questi catturò un partigiano, lo uccise a pugnalate e coi suoi camerati lo coprì di sputi), partecipante a rappresaglie, componente di numerosi plotoni di esecuzione a Verona, repressore di uno sciopero operaio a Saronno dove anche lì aveva ucciso a sangue freddo.
Fino a quel 15 luglio 1944, quando si era offerto volontario per far parte del plotone di esecuzione di Greco.
Al Deposito Locomotive di Greco, in una notte piena di stelle, quella del 25 giugno 1944, quattro gappisti, due operai delle Officine e due macchinisti, eludendo la vigilanza delle sentinelle tedesche, avevano distribuito un quintale di esplosivo nei forni di combustione delle locomotive in sosta; quella destinata al ponte mobile, a causa del passaggio di una sentinella, venne piazzata tra gli assi di una locomotiva col forno acceso. L’azione aveva rischiato di finire male perché su una delle locomotive
minate all’ultimo era salito un macchinista, e allora si dovette cambiare locomotiva. Le esplosioni erano state terribili, il serbatoio degli oli lubrificanti aveva preso fuoco, le sentinelle sparavano dappertutto, l’azione era riuscita in pieno.
La rappresaglia era scattata due giorni dopo: tre operai delle Officine, Antonio Colombo, Carlo Mariani, Siro Marzetti, cui erano stati trovati addosso dei volantini, erano stati arrestati. Poi, la mattina del 15 luglio, dal carcere erano stati condotti a Greco e messi al muro, falciati davanti agli altri operai radunati, perché servisse da esempio. Nel plotone d’esecuzione, quasi tutti nazisti, c’era anche un italiano offertosi volontario: il Boia.
Per quel crimine, a guerra finita, vengono individuati i ferrovieri responsabili. Il Capodeposito Guerino Marcelli è fucilato dai partigiani a Greco il 30 aprile 1945; il 18 settembre 1945 si apre un primo processo. La Corte d’Assise straordinaria è chiamata a giudicare ferrovieri arrestati ed accusati di collaborazionismo. Vengono condannati ad 8 anni e 4 mesi ciascuno il capotecnico Angelo Salvioni ed il macchinista Anselmo Danieli, entrambi del Deposito Locomotive di Greco, per collaborazionismo e spionaggio a favore dei nazisti; altri tre ferrovieri, dirigenti del Deposito, vengono assolti per insufficienza di prove.
Il 2 luglio 1946, nella Sezione Speciale della Corte di Assise di Varese si apre un altro processo a carico di criminali fascisti; uno dei quali, oltre ad essere implicato in una serie di efferati delitti, è accusato di aver preso parte al plotone d’esecuzione di Greco. È proprio lui: il Boia.
Il dibattimento, come tutti gli altri, si svolge in condizioni difficili, spesso interrotto dalle urla e dalle minacce del numerosissimo pubblico accorso. “Dateli a noi”, “vigliacchi”, “assassini”, gridano i presenti all’indirizzo degli impassibili imputati che a più riprese rischiano il linciaggio; il pubblico a stento è trattenuto dalle guardie; il padre del partigiano ucciso a Varese grida “jena!” all’indirizzo di uno degli imputati: del Boia.
Le imprese criminali dei fascisti imputati vengono ricostruite con meticolosità, le testimonianze a loro carico sono numerose e implacabili. Il Pm Lanni per due dei sei imputati chiede altrettante condanne a morte. La richiesta viene accolta: uno dei due è il Boia.
Purtroppo proprio in quei giorni il guardasigilli Togliatti ha emanato il provvedimento di amnistia. Immediatamente, con una celerità mai vista, l’apparato statale, in grande maggioranza composto da vecchi funzionari fascisti scampati all’epurazione, accelera la revisione di tutte le sentenze possibili. Un lungo elenco di criminali fascisti, condannati a morte in via definitiva, ottiene la revisione dei processi e sostanziali riduzioni delle pene, se non addirittura la libertà dopo brevi reclusioni. Al contrario degli ex partigiani, che finiscono in galera. Anche per uno dei carnefici del processo varesino la pena capitale viene annullata dall’amnistia e sostituita dalla reclusione. Pochi anni di detenzione e poi sarà libero: sì, lui, il Boia.
Il Boia scampò alla giustizia grazie all’amnistia, e già s’immaginava di riconquistare la libertà con una pena assai mite rispetto ai crimini commessi.
Ma il destino a volte è tragico, e i colpi più duri arrivano quando meno te li aspetti. La vendetta arrivò, e fu la peggiore che si possa immaginare: quella trasversale.
Nel 1947 un giovane gallaratese, ex legionario della “Muti”, uccise la 31enne Maria Caterina Nipelli ed il suo figlioletto Vittorio di appena 3 anni: erano la moglie e il figlio del Boia.
FONTI: Alp, Il Boia di Greco, «Cub Rail», giugno 2015; G. Valota, Streikertransport: la deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni 1943-1945, Guerini e associati, 2007.


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